Intervista all’artista che ha fatto del cambiamento una forma d’arte, tra autonomia creativa e ricerca emotiva.
Dietro il nome SARAFINE c’è Sara Sorrenti, artista che ha scelto di riscrivere le regole della propria vita passando dalla fiscalità internazionale alla musica, abbandonando una carriera sicura per inseguire una vocazione più autentica.
Nata a Salerno ma cresciuta in Calabria, con un passato tra Lussemburgo e Belgio, oggi vive la sua arte con una forte autonomia creativa, una voce personale che si muove tra elettronica, spoken word e sperimentazione emotiva.
Nel dicembre 2024 ha pubblicato il suo EP “Un trauma è per sempre”, un progetto nato quasi per osmosi da vissuti profondi e testi raccolti nel tempo, in cui la narrazione diventa strumento di consapevolezza.
In questa intervista ci racconta le sue radici sonore, il potere dei live, il desiderio di esporsi di più attraverso il canto e le nuove direzioni che sogna di esplorare. Un viaggio autentico, lucido e vibrante, che conferma la forza della sua visione.
Innanzitutto grazie mille per averci dedicato parte del tuo tempo per rispondere alle nostre domande. Partiamo dalla base di tutto: la musica.
Nel corso degli ultimi anni abbiamo imparato a conoscerti sempre di più grazie alla tua musica, dotata di una cifra stilistica ben riconoscibile, tra atmosfere intime e sound energici.
Come hai costruito questo suono e cosa senti che lo rende davvero tuo?
Domanda interessante, in realtà non ho idea di come io abbia tecnicamente costruito il mio suono, credo che l’elemento di riconoscibilità delle mie composizioni sia io o le mie intuizioni. Il che rappresenta un bel punto di forza ma credo anche un po’ un limite, mi spaventa un po’ l’idea che un mio brano non possa prescindere da me, ma ancora non riesco a pensarlo senza di me.
Ci sono artisti o progetti che hanno avuto un impatto decisivo sulla tua evoluzione musicale?
Gli artisti che hanno impattato il mio approccio alla musica sono molti. Da ragazzina ascoltavo Giorgia, Elisa, Paolo Conte, Enya, Skunk Anansie, ma anche i Buena Vista Social Club; mia mamma comprava spesso riviste che avevano CD allegati, e così mi ritrovavo ad ascoltare musica in modo casuale generi diversi e a scoprire in maniera spontanea cosa mi piaceva e cosa no. All’università frequentavo un centro sociale che faceva feste dub step, drum & bass, si organizzavano dance all e lì mi si è aperto un altro mondo. Nel corso del 2012 ho iniziato a scoprire varie realtà italiane come gli Offlaga Disco Pax, Afterhours, Tre Allegri Ragazzi Morti e contemporaneamente mi sono imbattuta nei Justice, i Chemical Brothers e i Prodigy. Sono figlia di un po’ tutto questo.
Oltre alla musica, ci sono figure o linguaggi (come il cinema, la scrittura o l’arte visiva) che influenzano il tuo immaginario artistico?
Mi piace leggere poesie e saggi sociologici perché mi portano a una forte introspezione.
A dicembre 2024 è uscito il tuo EP “Un trauma è per sempre”. Com’è nato questo progetto e cosa rappresenta per te oggi?
Il progetto, per la maggior parte dei brani che lo compongono, nasce dalla raccolta di testi che avevo scritto qualche anno fa, mentre il titolo dell’EP è arrivato nel momento in cui ho preso coscienza del fatto che ogni brano in qualche modo parlava di un trauma che ha caratterizzato la mia vita. La cosa mi ha in qualche modo sorpreso perché nella composizione dei brani non sono mai stata guidata da un obbiettivo concettuale prestabilito, ma ha preso tutto forma in maniera inconscia. È stata un’esperienza interessante.
Ripensando al tuo percorso, quali sono stati i momenti o le scelte che hanno fatto davvero la differenza?
La scelta che ha fatto la differenza nella mia vita è stata la mia decisione di lasciare il mio lavoro d’ufficio e rinunciare ad uno schema di vita prevedibile e che non mi faceva sentire realizzata. Da quel momento mi sono davvero riappropriata della mia storia.
Scrivi, produci e canti i tuoi brani: che rapporto hai con questa autonomia creativa? C’è mai il desiderio di alleggerire il carico o preferisci avere sempre il controllo totale?
L’autonomia creativa per me è necessaria, in special modo all’alba di qualsiasi progetto creativo. Diciamo che ho la necessità almeno in principio di sapere dove sto andando, poi mi piace sempre coinvolgere altre persone e vedere come la strada verso l’obiettivo finale prenda varie vie, credo sia molto stimolante.
Passando ad un altro importante tema, che spazio occupano i live nel tuo progetto? Come vivi il momento del palco e cosa cerchi di trasmettere dal vivo rispetto al lavoro in studio?
I live sono stati fondamentali, nel mio caso sono arrivati anche prima del disco. La scorsa estate sono stata in tour a suonare i brani che sarebbero poi stati pubblicati nell’EP. Il live per me è il momento di massima espressione delle composizioni, c’è l’interpretazione e l’energia che ci si scambia con il pubblico che rende la veste di una canzone completamente diversa dall’ascolto sulla piattaforma. Mi rendo conto che il lavoro che faccio in studio, lo faccio sempre pensando alla resa sul palco e sto ancora capendo se si tratta di un giusto approccio oppure se la visione più giusta sarebbe quella di concepire una canzone prescindendo completamente dall’idea di performarla. Su questo punto sto ancora deliberando [sorride].
C’è un brano (tuo o di altri) che consideri una sorta di bussola, un riferimento costante nel tuo modo di fare musica?
Non ho dei riferimenti coerenti e definiti: per quel che mi riguarda, la musica che faccio si adatta al testo se un testo c’è. In realtà sto lavorando molto sul mio modo di fare musica, ho una storia personale abbastanza lunga ma artisticamente mi sento ancora giovane, sto ancora sperimentando.
Hai già in mente nuove sonorità o direzioni da esplorare nei prossimi lavori? C’è qualcosa che vorresti stravolgere nel tuo approccio?
Vorrei cantare di più. Ho usato tantissimo il parlato e il racconto in prosa perché in qualche modo diventa una via per essere più assertiva. I racconti nei miei testi hanno un’intonazione ironica ma anche piuttosto ferma, decisa e ho capito che per me quell’essere decisa era un modo per imporre la mia visione di me stessa agli altri. Cantare, invece, in un certo senso mette più a nudo e vorrei mettermi in gioco più spesso.
Stai già lavorando a nuova musica? Hai in cantiere collaborazioni, progetti paralleli o sorprese da svelare?
Sto lavorando a nuova musica, e ci sono in ballo nuove collaborazioni e molte idee che si stanno concretizzando.
Prima di salutarci, se ti guardi oggi, artisticamente parlando, in cosa ti riconosci di più e dove senti che vuoi ancora arrivare?
Mi riconosco nell’aver dato il massimo con gli strumenti a mia disposizione per cercare di comunicarmi il più possibile. Voglio diventare più brava come musicista, più brava come autrice, come produttrice e come dj. La direzione è migliorare e avere a disposizione sempre più mezzi per riuscire a sublimare quello che provo con l’arte.
Grazie, è stato un grandissimo piacere. In bocca al lupo per tutto e alla prossima.
Grazie a voi!
Profilo Spotify dell’artista.
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