Intervista – Maura: “La costruzione di Fatima”, un diario a cielo aperto

Foto di Chiara Belletti

Intervista all’artista classe ’98, protagonista dell’episodio 728 della nostra rubrica #LFMConsiglia, dell’8 ottobre 2025.

Maura è una talentuosa artista classe 1998. Dal 2018 collabora con il Deposito Zero Studios di Forlì. Nel 2021 pubblica una serie di singoli: “Come andiamo giù bene” (aprile), “Lacci” (maggio), “È vero voglio che resti” (settembre) e “Non imparo mai” (dicembre).
Dopo un anno di lavoro, Maura realizza il suo primo album “Storie di arcieri ed altri animali”. Il progetto è anticipato da “Nel mio bosco” (febbraio 2023), seguito da “Terra bruciata” (marzo), “Rubi in chiesa” (aprile) e “Tu fai di me”.
Negli anni, molti dei suoi brani entrano in importanti playlist Spotify, tra cui New Music Friday Italia, Nuovo Indie, Rock Italia e Nuovo R&B.

Il 3 ottobre 2025, poi, esce “Eden” (Dumba Dischi, distribuzione Believe), brano con cui l’abbiamo conosciuta all’interno del nostro portale, seguito il 14 novembre, da “Mano al cuore” ed il 12 dicembre da “Quale canzone vuoi che siamo?”.
I tre brani anticipano l’uscita del suo nuovo album, “La costruzione di Fatima”, avvenuta il  2 gennaio 2026, un dialogo interno, un diario a cielo aperto, fra curiosità e forza, dolore e rabbia, femminismo e immigrazione, magia e tormento. 

CREDITI
Testo e musica: Fatima Maura Zucchi, Francesco Pontillo
Produzione Musicale: Francesco Pontillo, Dario Sirianni
Mixing: Francesco Pontillo, Dario Sirianni
Mastering: Filippo Passamonti
Direzione artistica e progetto grafico: La Blet

Di questo progetto, e di altri temi, ne abbiamo parlato direttamente con lei in questa interessante intervista.

Senza dilungarci oltre, vi lasciamo direttamente alle sue parole.

Partiamo dall’attualità,“La costruzione di Fatima” è il tuo nuovo album. Cosa rappresenta per te questo progetto, in questo momento del tuo percorso?
Rispetto al mio primo album, “La costruzione di Fatima” si tuffa in un mondo elettronico che è stato molto divertente da integrare alla mia penna. Già da poco dopo che uscì “storie di arcieri e altri animali” sapevo che volevo provare a indossare un vestito diverso e lavorare a delle produzioni più dinamiche, mettermi alla prova.
C’è qualcosa di esorcizzante in pezzi come “Quale canzone vuoi che siamo?” e “Volare” che mi hanno lasciato esprimere la rabbia in un modo che ballad più soffici e introspettive non avevano fatto. È stato bello poter sublimare la mia rabbia per un mondo che va a rotoli, invece che dipingerlo con morbidezza e tristezza–cosa che mi viene naturale ma che ho cominciato anche a sentire stretta, e passiva. Direi che l’album è stato un modo di esplorarmi sotto una luce diversa, e anche di riportare come mi sento di essere cambiata nei due anni passati.

All’interno della tracklist, c’è un brano che senti come il vero “manifesto” del disco, quello che più di tutti ne racchiude il senso?
Penso che la prima e l’ultima traccia siano, in modo diverso, i due manifesti di questo disco.
La prima, “Discorso allo specchio” parla di me e del mio desiderio di parlare a me stessa e di tirare fuori i miei segreti, le mie storture, le mie emozioni “brutte”. Tutte cose da affrontare per costruirsi e per costruire qualsiasi cosa a mio parere.
L’ultima traccia invece, “Volare”, è una sorta di pacifico ritorno a me stessa come rifugio, in un momento storico in cui la guerra è accettata passivamente, quella letterale e quella interpersonale. Costruirmi diventa un’alternativa al fare parte di relazioni guerrigliere e un modo per ritornare al mio potere di scegliere che tipo di percorso costruire per me stessa. L’album parla di questo, di cosa significhi per me crearsi e del voler farlo nel modo più consapevole che mi è possibile.

C’è una frase, invece, contenuta nel disco che senti particolarmente significativa, e che ti porti dietro più delle altre?
“Mi strozzo con le mie stesse mani / e lo faccio con la fierezza contorta / del contadino che spara al suo maiale. / Qualcosa dobbiamo mangiare.”
Sono molto fiera di questi versi. Penso che rappresentino bene la difficoltà di stare al mondo con le proprie insicurezze e difficoltà a proteggersi. Ribaltandoli, penso che siano versi che mostrano anche quanto di più si possa diventare se, invece che strozzare la propria energia, la si canalizza con un po’ di intenzionalità.

Quanto è stato importante, per te, prenderti il tempo di ascoltarti davvero per arrivare a questo disco?
Ci sono state conversazioni, relazioni, libri, vita qualunque che, insieme, hanno fatto sì che facessi una serie di riflessioni. Penso che in modo molto naturale questo album racconti di come ho elaborato e ragionato su aspetti della mia vita e situazioni sociali in cui sono e sono stata.
Nel pratico, è stato bello è stato come l’album è nato. Io e uno dei miei due produttori, Francesco Ponz, ci siamo presi qualche giorno d’estate per chiuderci in un minuscolo appartamento al mare e abbiamo scritto e prodotto ogni giorno. Un ritiro magico, e alla fine di quei giorni avevo in mano una sorta di mappa di quello che mi era passato per la testa negli ultimi tempi.

Restando su questo filo: guardando alle canzoni del tuo passato, ce n’è qualcuna a cui oggi ti senti ancora particolarmente affezionata, o che senti abbia aperto la strada a “La costruzione di Fatima”?
Sono affezionatissima a “Nel mio bosco”, l’intro del vecchio album. C’è qualcosa di particolarmente immaginifico in quella canzone che mi ispira molto ad essere più descrittiva delle mie immagini e dei sogni. È una spinta che ho sentito quando ho scritto

A proposito dei capitoli passati del tuo percorso, se ripensi dagli esordi fino ad oggi, quali sono state le tappe che senti davvero decisive per la tua crescita artistica?
Credo che ci sia stata una serie di fortunati incontri. Avere incontrato le persone giuste al momento giusto mi ha sempre permesso di espandermi musicalmente: musicistə, produttorə brillanti che mi hanno ispirata a fare meglio, a esplorare di più, a dire meglio e di più. Anche incontri non musicali. Ma ci sono tante cose ancora da fare e tante direzioni nuove che vorrei prendere.

In cosa senti di essere cambiata di più come artista in questi anni?
In realtà se mi fermo a pensarci un attimo, non penso di essere cambiata. Ho la stessa curiosità e la stessa devozione nei confronti della musica e dell’arte contemporanea in generale. Cerco di seguire queste due, e penso fosse lo stesso anche durante le mie prime lezioni di canto a 11 anni o quando suonavo con la mia band a 16 anni.

Guardando al presente: cosa ti stimola di più oggi nella musica, a livello di ricerca e sperimentazione?
Ascoltare progetti musicali diversi, lavorare con persone nuove e poter giocare con modi di scrivere e cantare che non ho ancora esplorato. Trovare le persone giuste con cui produrre è fondamentale, ma sono anche molto curiosa di provare nuove collaborazioni con artistə diversi e sperimentare altri processi creativi.

Per il futuro, invece? Prossimi passi?
Quest’anno voglio cantare live di più e fermarmi ad ascoltare cosa le persone ricevono dalla mia musica. Per ora questo è il primo obiettivo.

C’è un feat dei sogni, o un confronto artistico che ti piacerebbe affrontare, anche fuori dal tuo universo musicale?
Non ho un feat dei sogni ma tantə amicə con cui mi piacerebbe creare e scrivere. Spero che troveremo il tempo di sperimentare insieme quest’anno.

Per chiudere, che augurio faresti a “La costruzione di Fatima” e al percorso che questo disco apre?
Mi auguro che “La costruzione di Fatima” possa raggiungere persone che lo facciano loro e che trovino una loro connessione personale ed emotiva ai pezzi. È sempre bellissimo quando succede.

Grazie, è stato un grande piacere. In bocca al lupo e alla prossima.
Viva il lupo! Grazie a voi!

Profilo Spotify dell’artista.

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