Intervista all’artista classe ’98, protagonista dell’episodio 745 della nostra rubrica #LFMConsiglia (9 dicembre 2025) e vincitore del premio Artista del mese, di dicembre 2025.
Leoluca Zarfati, in arte leoluca, è un talentuoso artista classe 1998.
Inizia il proprio percorso musicale molto giovane, sviluppando fin da subito interesse per la scrittura e per la costruzione di un linguaggio sonoro personale. I primi passi avvengono come Hype Zulu, per poi intraprende un percorso che lo porta ad avvicinarsi a un pop contemporaneo caratterizzato da attenzione alla melodia e da una ricerca sonora che integra elementi più sperimentali. Brani come “Scacciasogni”, “Quanto Manchi Ancora” ed “echo” definiscono in modo più chiaro il suo sound, che riflette le tendenze attuali pur mantenendo un’impronta personale.
Disponibile dal 5 dicembre 2025, “alla fine è buio” è il suo ultimo singolo, fuori per Honiro Publishing. Con questo brano è stato protagonista di un episodio della nostra rubrica #LFMConsiglia (il 745 del 9 dicembre 2025) ed è stato scelto dagli utenti come Artista del mese di dicembre 2025.
Per conoscere ancora meglio lui e la sua musica, l’abbiamo contattato per porgli qualche domanda.
Ecco cosa ci ha raccontato.
Partiamo dall’inizio: quando hai capito che la musica non era solo una passione, ma qualcosa su cui volevi costruire davvero il tuo percorso?
Ho sempre cantato da quando ero bambino, ma per molto tempo la musica è rimasta qualcosa di naturale, quasi istintivo. A dieci anni ho frequentato l’Accademia di Santa Cecilia nel coro delle voci bianche, ed è lì che ho iniziato a capire cosa volesse dire stare dentro la musica in modo più serio. Alle medie mi divertivo con una console da DJ, sperimentavo, giocavo coi suoni senza troppe regole.
Il vero punto di svolta però arriva al secondo anno di liceo, nel 2014: inizio a scrivere e pubblicare musica mia, un pezzo rap, senza dirlo a nessuno. È stato un gesto istintivo ma molto consapevole allo stesso tempo. Da lì ho capito che non era solo una passione: stavo usando la musica per raccontarmi e non avevo più intenzione di smettere.
Riguardando il tuo percorso, rispetto alle prime esperienze cosa senti di aver lasciato indietro e cosa invece porti con te ancora oggi?
Sono cambiate tantissime cose. Col tempo ho perso un po’ quella naturalezza ingenua con cui ascoltavo la musica agli inizi: oggi non riesco più a sentirla senza analizzarla, senza studiarla. È il prezzo, e allo stesso tempo il privilegio, di farne il mio lavoro.
Ho attraversato molti generi, anche molto diversi tra loro, e alcune cose le ho lasciate indietro proprio perché sentivo che non mi rappresentavano più. Quello che invece porto ancora con me è la curiosità e il bisogno di sperimentare.
Oggi sento di aver raggiunto una maturità artistica e stilistica più consapevole. Scrivo anche per altri, e questo mi ha reso necessariamente più polivalente: so adattarmi, cambiare linguaggio, ma senza perdere un’identità. È un equilibrio che sto costruendo e che sento finalmente mio.
Nel tempo il tuo suono si è spostato verso un pop contemporaneo molto attento alla melodia ma aperto alla sperimentazione. Da dove è nata questa nuova strada da percorrere con la tua musica?
Forse è nata dalla noia, nel senso più creativo del termine. Ho sempre avuto una tendenza naturale a fare il contrario di ciò che è in voga, a spostarmi quando sento che una direzione è diventata troppo prevedibile.
Quando molti si sono iniziati a stancare del pop, io ho sentito il bisogno di tornarci dentro, ma in modo diverso: riportarlo in una chiave più sperimentale, più libera. Guardavo molto a quello che stava succedendo nel resto d’Europa, dove il pop non aveva paura di contaminarsi, di rischiare, di uscire dagli schemi.
Da lì è nata questa nuova strada: tenere la melodia al centro, ma senza rinunciare alla ricerca e all’identità. È il punto in cui mi sento più a mio agio oggi.
Se dovessi indicarci un momento in cui hai iniziato a riconoscerti davvero in quello che facevi, quale sarebbe?
Facendo musica da tanto tempo ho attraversato molte fasi e vissuto contesti molto diversi. Quando facevo rap e trap, per quanto ne fossi affascinato, spesso mi trovavo in ambienti che sentivo lontani da me. Non ero davvero credibile in quella veste, anche se nei testi ho sempre parlato più di emozioni, viaggi mentali e stati interiori piuttosto che di vissuti tragici che, per fortuna, non ho mai avuto.
Il vero punto di svolta è arrivato quando sono tornato da Milano a Roma. Lì ho conosciuto Gabriele, in arte Niagara, che oggi è un mio amico oltre che il mio produttore. In pochissimo tempo mi sono reso conto di quanto fosse raro trovare qualcuno con gusti così simili ai miei: ascoltiamo le stesse cose, abbiamo vissuti molto vicini, un modo simile di sentire la musica e la vita.
Da quel momento ho iniziato a riconoscermi davvero in quello che stavo facendo, perché finalmente il suono che costruivamo era allineato a chi sono, senza forzature.
Arriviamo al presente: “Alla fine è buio”, il tuo ultimo singolo, brano che ti ha portato ad essere scelto, dai nostri utenti, come artista del mese di dicembre 2025. Ti va di raccontarci questo pezzo?
“Alla fine è buio” l’abbiamo scritta nel 2024 ed è stato un processo molto divertente. Abbiamo cambiato tonalità almeno cinque volte, il brano si è trasformato continuamente. All’inizio il ritornello era un drop molto aperto, quasi esplosivo, poi col tempo è diventato completamente cantato.
Non saprei spiegare razionalmente perché, ma tutto questo percorso ha fatto sì che dentro questo pezzo sembrasse racchiusa la storia di altri cento brani. Ogni versione lasciava qualcosa a quella successiva. È stato un processo molto intenso ma anche molto divertente, creativo nel senso più puro.
Quando finalmente ha trovato la sua forma definitiva, ho capito che quel “buio” raccontava molto più di quanto avessi previsto all’inizio.
Parlando dei tuoi brani, tra tutti ce n’è uno che rappresenta più degli altri quello che è leoluca oggi?
Sì, direi“Scacciasogni”. Per me è una sorta di “Bohemian Rhapsody” personale. È un brano diviso in tre fasi molto diverse ma profondamente connesse, un po’ come il percorso che si attraversa quando si supera un trauma: prima la paura, poi l’accettazione e infine una forma di rinascita.
Non so spiegarlo fino in fondo, ma anche solo produrlo mi ha emozionato molto. È uno di quei pezzi che senti mentre lo fai, ancora prima di ascoltarlo finito.
Il motivo profondo per cui l’ho scritta non l’ho mai reso pubblico, forse perché sento il bisogno di tenerlo per me. Però credo, o almeno spero, che le sensazioni siano arrivate lo stesso, ed è questo per me l’aspetto più importante.
Se dovessi raccontare il tuo modo di scrivere a chi ancora non ti conosce, diresti che parti più dalle parole, dalle immagini, dalle sensazioni o da altro?
È una domanda molto difficile, perché in realtà parte tutto insieme. Le parole per me sono fondamentali e le scelgo in modo quasi maniacale: anche quando uso una parola come “amore”, cerco sempre di inserirla in un contesto che non sia banale o già sentito.
Le immagini sono altrettanto necessarie. Quando scrivo provo a costruire scenari distorti, poco nitidi, quasi sognanti, come se fossero dei momenti sfocati più che delle descrizioni precise.
Le sensazioni, però, sono il vero collante di tutto. Senza una sensazione forte alla base non riuscirei nemmeno a iniziare a scrivere. È quella che tiene insieme parole e immagini e dà loro un senso.
Esistono degli artisti che sono stati, o sono ancora oggi, dei modelli a cui ti ispiri?
Ce ne sono davvero tantissimi, spesso anche in modo passeggero. Mi capita di ascoltare una sola canzone di un artista, innamorarmene completamente e sentire il bisogno di fare qualcosa che nasca da quell’ispirazione.
Se però devo pensare a un riferimento che ancora oggi mi fa battere il cuore, direi senza dubbio i Linkin Park. Al di là della distanza di genere, le emozioni che riuscivano a trasmettere Mike Shinoda e Chester Bennington sono qualcosa che continuo ad ammirare profondamente. Se potessi scegliere un “superpotere” artistico, sarebbe proprio quello: riuscire a comunicare emozioni con quella stessa intensità e verità.
Ci sono, invece, collaborazioni che sogni o artisti con cui ti piacerebbe confrontarti, anche lontani dal tuo mondo musicale?
Ce ne sarebbero davvero una sfilza infinita, ma per non perdermi in chiacchiere provo a essere concreto.
Guardando fuori dall’Italia, i feat dei sogni sono Billie Eilish, Fred Again… e Oklou: artisti molto diversi tra loro, ma tutti capaci di creare mondi fortissimi e riconoscibili.
In Italia, invece, mi piacerebbe tantissimo confrontarmi con Sano, Drast e Chiello. Credo che il confronto con artisti anche molto distanti dal mio percorso sia sempre il modo migliore per crescere.
Prossimi passi? A cosa stai lavorando?
In realtà non si può dire troppo. È un periodo di grande lavoro silenzioso, di costruzione. Dall’esterno può sembrare tutto molto fermo, ma sotto c’è una forte calma apparente.
Sto mettendo insieme cose che hanno bisogno di tempo, senza forzare i tempi. È una fase in cui preferisco far parlare la musica, quando sarà il momento.
Prima di salutarci, fatti un augurio per il futuro.
Mi auguro di riuscire a trovare una forte forte leggerezza. E naturalmente… buona fortuna con la musica.
Grazie, è stato un piacere. In bocca al lupo per tutto e alla prossima.
Grazie a voi per dare spazio agli artisti, spero di potervi far sentire altra bella musica!
Profilo Spotify dell’artista.
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