Intervista – Arya: “Pronto”, un viaggio verticale

Intervista alla talentuosa artista  italo-venezuelana, protagonista dell’episodio 749 della nostra rubrica #LFMConsilgia del 12 gennaio 2026.

Arya (Arya Delgado) è un’artista italo-venezuelana nata a Milano nel 1994. Figlia del cantante di salsa Orlando Watussi, cresce circondata dalla musica e sviluppa fin da subito una sensibilità che fonde radici latine, nu-soul e R&B contemporaneo, con una forte attenzione alla dimensione emotiva e narrativa della scrittura.
Nel 2021 pubblica l’EP d’esordio “Peace of Mind”, seguito nel 2023 da “Punto Zero”, lavori che attirano l’attenzione della stampa e la portano a collaborare con artisti come Mahmood, Venerus, Ghemon, Dardust e Calibro 35.
Negli anni consolida una presenza sempre più riconoscibile, alternando attività autoriale, produzioni personali e un’intensa attività live in Italia e all’estero.
Nel 2024 accompagna Mahmood in tour e pubblica il singolo Si Potesse Tornare.

Nel corso del 2025 escono “La Noche En Que Te Fuiste” e “Onda”, brani che segnano l’inizio di un nuovo capitolo artistico e anticipano l’uscita di “Pronto”, il suo album d’esordio, uscito il 6 febbraio in digitale per The Orchard e in vinile per Sghetto Records.
Nato da un percorso personale di terapia e consapevolezza, “Pronto” prende forma come concept album, trasformando l’indagine emotiva in una narrazione musicale coerente e stratificata. Nel corso di questo viaggio, ci si muove al fianco di Arya cercando di affrontare la paura di essere dimenticati, la precarietà del percorso artistico, il conflitto tra ideale e realtà, il rapporto con l’eredità familiare, la violenza subita e interiorizzata, fino al bisogno di rallentare e ritrovare una forma di calma. Accanto alla dimensione individuale emerge con forza anche quella collettiva: brani come “Sono in un van” (scritto insieme a Vincenzo Liguori degli Yosh Whale) e “Onda” (con il feat. di Lauryyn) raccontano la necessità di riconoscersi negli altri, di costruire comunità emotive e creative, e di dare valore ai movimenti che nascono dal basso, capaci di sostenere e dare senso al percorso artistico e umano.

L’intero album è prodotto da Claudio La Rocca (Sup Nasa), figura chiave nella costruzione dell’identità sonora del progetto. Alla realizzazione del disco hanno contribuito anche Giuseppe Seccia, Matteo D’Ignazi, Martina Tedesco, Tiziano Codoro, Stefano De Vivo e Giulia Gentile, che hanno registrato le parti strumentali e contribuito agli arrangiamenti e alla produzione di alcuni brani.

Per conoscere ancora meglio questo progetto e, più in generale, lei e la sua musica, l’abbiamo contattata per porle qualche domanda.

Ne è venuta fuori questa interessante intervista.
Senza dilungarci oltre, vi lasciamo direttamente alle sue parole.

Partiamo dal tuo album d’esordio appena uscito, “Pronto”. Cosa rappresenta, per te, questo progetto?
“Pronto” è un disco che nasce da un percorso personale molto profondo e rappresenta il momento in cui ho smesso di cercare di essere “una sola versione di me” e ho iniziato ad accettare la complessità.

Parliamo del titolo; “Pronto”attraversa tutte le lingue presenti nell’album. Ci spieghi meglio l’impronta che questo titolo dà al progetto e cosa vuole comunicare?
Mi piaceva che “Pronto” fosse una parola attraversabile, che esistesse in più lingue e portasse con sé significati diversi. Può voler dire “subito”, “presto”, ma è anche la prima parola che si dice quando si risponde a una chiamata. Per me è un’apertura.

L’album nasce da un percorso personale diventando un concept album che racconta le emozioni in modo coerente e stratificato. Come hai trasformato questa esperienza personale in musica?
È stato un lavoro lento. La terapia mi ha insegnato a osservare le emozioni senza giudicarle immediatamente. Ho cercato di fare la stessa cosa con la scrittura: non censurarmi, ma nemmeno indulgere. Musicalmente abbiamo scelto insieme a Sup Nasa (produttore dell’album) di puntare all’essenzialità, lasciando spazio alla voce e all’organicità dei suoni. Volevo che l’ascoltatore potesse attraversare questi “piani” emotivi come in un viaggio verticale, senza sovrastrutture inutili.

Guardandolo nel suo complesso, come si colloca questo progetto all’interno del tuo percorso artistico, dal punto di vista dello stile, del sound e della scrittura?
Arriva nel momento giusto, in cui mi sento più “pronta” [sorride]. I lavori precedenti sono stati fondamentali, tutte tappe di costruzione. Qui sento di aver trovato un equilibrio tra le varie parti di me. È un disco più consapevole, sia nella scrittura che nel suono.  

Abbiamo parlato ultima tappa del tuo percorso, ma ora torniamo all’inizio: quali sono stati i tuoi primi passi nel mondo della musica e quali le prime esperienze che hanno indirizzato il tuo cammino?
Sono cresciuta in una famiglia in cui la musica era parte della quotidianità, mio padre è un cantante di salsa, quindi quello della musica è stato il mio primo ambiente naturale. Poi ho iniziato a scrivere, a studiare, a cercare una mia voce. I primi passi veri sono stati fatti nei piccoli live, nei primi esperimenti in studio, negli errori. È lì che ho capito che non era solo una passione, ma una necessità.  

Nel 2021 hai pubblicato l’EP d’esordio “Peace of Mind”. Cosa è cambiato in te da allora e cosa invece è rimasto invariato?
È cambiato il mio approccio alla musica: voglio allontanarmi dall’idea standard della brava cantante su una bella produzione, voglio che la mia musica lasci un solco più profondo, anche solo in me stessa. Ciò che è rimasto invariato invece è quanto mi senta a casa quando canto qualcosa di mio.

Nel corso degli anni hai avuto modo di collaborare con grandi artisti, come Mahmood, Venerus, Ghemon, Dardust e Calibro 35. Cosa ti hanno lasciato queste esperienze e cosa hai imparato da loro?
Ogni artista è stato utile al mio percorso di crescita in modo diverso. Venerus per esempio mi ha insegnato l’importanza di lasciarsi andare sul palco; Ghemon l’importanza della disciplina, i Calibro 35 l’importanza del suonare insieme. Suonare in realtà così strutturate ti fa fare esperienze che da solista magari non riusciresti a fare se non dopo tanti anni. Sono una vera e propria palestra.

E invece, con chi ti piacerebbe collaborare in futuro?
Se sogno in grande ad oggi mi piacerebbe un sacco collaborare con Charlotte Day Wilson. In Italia invece la mia collab dei sogni l’ho già fatta ed è quella con Lauryyn!

Nel tuo percorso, dunque, hai vissuto molte esperienze importanti: quale, però, consideri la più significativa fino a oggi?
Probabilmente quella con Mahmood  perché mi ha portato a suonare in Europa, e per un’artista italiana che fa un certo genere musicale, è un po’ il sogno della vita. Mi sono resa conto di quanto all’estero la musica abbia tutt’altro valore e peso rispetto a quello che ha in Italia, e questo fa molto riflettere.  

Guardando al futuro, quali progetti stai immaginando o pianificando?
In questo momento voglio portare il disco dal vivo il più possibile. Il live è il luogo in cui la musica prende un’altra forma e diventa relazione reale. Sto già scrivendo, perché non riesco a stare ferma troppo a lungo, ma voglio lasciare spazio a quello che succederà naturalmente.

Prima di salutarci, che augurio ti fai per il futuro?
Che ogni giorno sia un’occasione per migliorarmi. 

Profilo Spotify dell’artista.

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