Intervista – La musica reale e spontanea di Andrea Strange

Intervista ad Andrea Strange, artista romano classe ’92.

Andrea Strange nasce a Roma nel ’92, ma passa tutta l’infanzia e l’adolescenza nelle campagne dei castelli romani dove inizia le prime esperienze sul palco a 15 anni.
La bellezza di quei luoghi influenzano profondamente la sua arte che, nata dal Punk, attraversa il mondo del cantautorato per sbarcare sulle coste dell’Indie Folk in un continuo naufragare fra poesia urbana e giochi di parole. I suoi testi descrivono con disperata ironia la sua visione del mondo e raccontano frammenti di vita con brutale realismo.

Si è classificato secondo alla XX edizione del Premio Fabrizio De André con la canzone “Mi Piove nella Birra”, proponendo “un potenziale inno generazionale alt-rock” (Pietro d’Ottavio – La Repubblica). Nella sua carriera si è esibito su diversi palchi tra cui l’Auditorium Parco della Musica, Lungotevere Expo, Le Mura, partecipando anche all’Indiegeno Fest ’19 in Sicilia.

Le sue produzioni, di prossima pubblicazione, saranno la concretizzazione del metaforico viaggio di un artista in continua evoluzione.

Per conoscerlo ancora meglio, l’abbiamo contattato per porgli qualche domanda.
Ecco cosa ci ha raccontato.

Ci racconti il tuo percorso artistico, fino a questo momento?
La scrittura ha sempre fatto parte della mia vita. Ricordo, da bambino, momenti di improvvisa ispirazione in cui chiedevo ai miei di trascrivere le cose che mi venivano in mente perché io ero ancora troppo lento a farlo. Poi, intorno ai 14 anni, ho iniziato a suonare e scrivere canzoni. Ho avuto un paio di gruppi punk e grunge, con cui suonavo nei paesini della provincia di Roma, dove sono cresciuto. Verso i 19 anni, mi sono trasferito nella capitale e li c’è stato il grande cambiamento. Ritrovandomi da solo ho intrapreso un percorso più acustico e cantautorale. Ho iniziato a studiare canto e frequentare altri ambienti in cui ho conosciuto molti artisti e imparato molto. Poi, nel 2019, ho messo su un bellissimo progetto che coinvolgeva altri due cantautori (Lorenzo Lepore e Acquachiara) chiamato La Via di Mezzo. Ci sono molto legato perché ci ha fatto crescere artisticamente tantissimo e ci ha permesso di fare esperienze stupende. Abbiamo suonato un sacco, sia in strada che in palchi grandi, fino ad arrivare a suonare all’Indiegeno Fest 19’ in Sicilia. Concluso (o meglio, messo in stand by) quel progetto mi sono dedicato al mio personale, che è in continuo divenire e che coltivo con passione.

Qual è la tappa che reputi essere, al momento, la più significativa?
Difficile definirne una. Ritengo che ogni piccolo passo fatto sia stato fondamentale per costruire ciò che sono e quel che faccio. Ma di certo non posso non citare l’esperienza del Premio De Andrè. Una delle situazioni più belle e meglio organizzate a cui ho avuto il piacere di partecipare. Non la dimenticherò mai!

Come descriveresti la tua musica?
Questa è una domanda davvero difficile. Quello che scrivo è il risultato di un faticoso processo interiore. E ogni canzone è il prodotto di un’analisi intima che, per me, è autoesplicativa. Quindi potrei dire che la mia musica è reale e spontanea. Ma è vero pure che mi piace provare a coinvolgere l’ascoltatore in questo mio percorso personale, mettendo sempre un po’ di ironia anche nelle cose più tristi che scrivo. Di base sono un cazzaro malinconico e ottimista, sdrammatizzo le cose che mi fanno stare male e mi prendo in giro da solo. Quindi, ecco, la mia musica fa ridere e fa piangere, fa ballare e fa pensare, ti accompagna nei lunghi viaggi in macchina d’estate e nelle serate in spiaggia al tramonto, ma anche nelle notti solitarie in camera a guardare fuori dalla finestra. O almeno prova a farlo.

Esistono degli artisti da cui trai ispirazione?
Certo, mi ispira tutto quello che mi piace. Come già detto vivo di dualità, quindi mi fanno viaggiare tanto De Andrè e Battisti (per me pilastri) quanto i Coma Cose e Willie Peyote. Fra i miei gruppi italiani preferiti di sempre ci sono i Tre Allegri ragazzi Morti e i Verdena. Adoro anche cose più strumentalmente virtuose come i Neil on Impression e i So Does your Mother. Ma anche artisti che ritengo troppo sottovalutati come Caso, L’orso, Galoni, Gnut, Colandrea, i 24 Grana. Mi limito agli italiani e sorvolo su generi meno vicini a quello che faccio, altrimenti riempio tre pagine..

Ci parli del tuo pezzo “Mi piove nella birra“?
È una canzone con cui provo a descrivere le sensazioni che, a volte, ho guardandomi intorno. Lo faccio attraverso gli occhi di un personaggio che rappresenta una delle mie moltitudini. Questo personaggio, forse troppo sensibile, dà per scontati dei valori che però non vede condivisi nel mondo. Primo fra tutti l’empatia e, quindi, l’unione, la condivisione, la premura verso gli altri. Cose che dovrebbero essere ovvie e semplici e, il rendersi conto che non lo sono, lo sciocca. Penso che tutti noi almeno qualche volta, più o meno consciamente, viviamo questo turbamento. Ma la canzone nasce proprio dal suo titolo. E il titolo nasce da una battuta, quindi ho voluto buttare una spruzzata di ironia anche qui. Ironia che alla fine si lega anche all’ingenuità del protagonista, che è talmente rintontito dal male che prova da dire: “Non solo avvengono tutte queste cose terribili e il mondo è in rovina, ma ora mi piove anche nella birra. E mo basta!”

Quali sono i prossimi passi del tuo percorso?
Il lavoro del musicista è un po’ come quello del funambolo: la posizione del prossimo passo dipenderà sempre da come andrà quello che sei in procinto di fare. Ma per fortuna qualche certezza ce l’ho. C’è in programma l’uscita di qualche altro singolo e un piccolo tour in giro per l’Italia. Fondamentalmente ho tanta voglia di camminare e nessuna intenzione di fermarmi.

Feat. dei sogni?
In molti mi dicono che sarebbe molto bello un feat. con gli Eugenio in Via di Gioia, gruppo di cui amo da morire la scrittura, quindi mi piacerebbe molto. Poi un mio piccolo sogno nel cassetto sarebbe una collaborazione con Emanuele Colandrea, che è un artista che stimo profondamente e a cui sono molto legato.

Palco dei sogni?
Non ne ho uno in particolare, mi piace esplorare. Sicuramente mi piacerebbe molto suonare in un grande festival. Forse il mio palco dei sogni è uno che condivido con tanti altri artisti che mi piacciono, davanti a migliaia di persone che cantano le nostre canzoni.

Dove ti vedi tra 5 anni?
Mi vedo a fare ancora tanta musica, anche più di adesso. A pensare a questo come un periodo importante del mio percorso. Mi vedo con un bagaglio più pesante e la testa più leggera. A cantare per chi si emoziona con la musica, che poi sono artisti tanto quanto chi la fa.

Grazie per la disponibilità. In bocca al lupo per tutto.
Grazie a voi e viva il lupo!

Profilo Spotify dell’artista

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