Intervista – Rakele: musica e parole

Intervista alla cantautrice napoletana classe 1995, protagonista dell’episodio 747 di #LFMConsiglia dell’11 dicembre 2025.

Rakele, all’anagrafe Carla Parlato, è una cantautrice napoletana classe 1995. Già all’età di 13 anni collabora con l’ex Almamegretta Lucariello nel disco “Veleno Fertile” prodotto da Sugar Music.
Nel 2014, durante una masterclass di scrittura, viene notata dagli autori e produttori Bungaro e Cesare Chiodo con i quali inizia una collaborazione sia come artista che come autrice scrivendo per Fiorella Mannoia, Ron, Francesco Renga, X Factor, Simona Molinari e lo stesso Bungaro.
Nel 2015 partecipa al Festival di Sanremo nella categoria Nuove Proposte.
Nello stesso anno esce “Il Diavolo è Gentile”, album d’esordio per Carosello Records.
Nel 2018 con la canzone “La forma del tuo abbraccio” è tra gli 8 vincitori di Musicultura, Festival della Canzone Popolare e d’Autore.
Nel 2025 la sua canzone “Janis Joplin” è la canzone originale dello spettacolo teatrale Il Cappotto di Janis che vede come protagonista l’attrice spagnola Rocío Muñoz Morales.

Disponibile dal 28 novembre, “ridiragazza” è il suo ultimo singolo (Troppo Records, distribuito da Universal Music. Publishing a cura di Edizioni Curci), brano con cui l’abbiamo conosciuta all’interno del nostro portale, nell’ambito dell’episodio 747 di #LFMConsiglia dell’11 dicembre 2025.

Il testo del brano è stato scritto dalla stessa Rakele mentre la musica è composta da Rakele, Cesare Chiodo e Bungaro (cantautore e penna delicata della canzone italiana).
Il 4 Dicembre è uscito anche il Videoclip, diretto e girato da Lorenzo Chiodo

Per conoscere ancora meglio lei e la sua musica, l’abbiamo contattata per porle qualche domanda.
Ecco cosa ci ha raccontato.

Ciao Rakele. Innanzitutto grazie mille per la tua disponibilità.
Partiamo guardando indietro. Il tuo percorso, infatti, è iniziato presto; quanto senti che quell’esordio così giovane ha inciso su chi sei oggi come artista?
Avevo 19 anni quando ho calcato per la prima volta il palco dell’Ariston. Se mi guardo indietro, provo molta tenerezza per quella Rakele così giovane, forse anche un po’ incosciente, ma profondamente vera. È stata un’esperienza enorme, che mi ha travolta e allo stesso tempo formata. Il Festival mi ha lasciato addosso una grande determinazione, ma anche il bisogno, negli anni successivi, di ritrovare una mia misura più intima e autentica. Subito dopo Sanremo ho capito profondamente che la musica non era solo una vocazione, ma la mia strada.

Nel tempo, infatti, hai messo insieme molteplici importanti esperienze tra dischi, festival, scrittura per altri, teatro: tra tutte, ce n’è una che ti ha fatto davvero cambiare prospettiva sulla musica e/o sull’arte in generale?
Più che una singola esperienza, è stato il tempo a cambiarmi la prospettiva. Scrivere canzoni, stare dietro le quinte e davanti al pubblico mi ha insegnato che la musica non è solo risultato, ma processo. A volte si è talmente concentrati sulla destinazione, da non godersi il viaggio. Ho capito che inizi a fare veramente arte quando ti liberi dal bisogno di dimostrare qualcosa e inizi a fare ciò che senti, ciò che sei, profondamente, anche quando cambi.

Scrivere per altri interpreti importanti ti ha portato a confrontarti con sensibilità molto diverse: cosa ti ha lasciato e cosa, invece, hai scelto di tenere solo per te?
Scrivere per altri è stato come entrare in stanze emotive diverse dalla mia. Mi ha insegnato l’ascolto, il rispetto delle fragilità altrui, e anche una certa flessibilità. Però ho sempre tenuto per me una parte molto istintiva e viscerale della scrittura, quella che non riesce a staccarsi dalla mia voce e dal mio corpo. Alcune canzoni, semplicemente, sanno a chi appartengono.

Quanto è importante per te oggi il concetto di identità, soprattutto dopo aver vissuto la musica in ruoli così diversi?
È centrale. Ci sono tante donne che abitano dentro di me: la cantautrice, l’autrice, la psicoarteterapeuta. Oggi sento il bisogno di renderle tutte protagoniste, senza frammentarmi. Non mi interessa rientrare in una sola definizione. Mi piace l’idea di far “vivere” la mia identità dentro forme diverse.

Facendo la somma di tutto, dunque, come racconteresti la fase artistica che stai vivendo oggi?
La definirei una fase di radicamento. Meno urgenza di dimostrare, più desiderio di dire qualcosa che resti. Sto imparando a fidarmi del tempo, delle scelte coerenti, di una scrittura che nasce da dentro e non dalle aspettative. Credo che il vero divertimento inizia quando smettiamo di  fare qualcosa per il bisogno di essere visti e riconosciuti. L’arte non chiede di “funzionare” ma di smuovere coscienze.

Veniamo a “ridiragazza”, il brano con cui ti abbiamo conosciuta all’interno del nontro portale. Che tipo di spazio occupa questo brano nel tuo racconto artistico?
“ridiragazza” è una soglia. È una canzone che parla di rinascita, ma senza ingenuità. Rappresenta il momento in cui smetti di adattarti e inizi ad ascoltarti davvero. È un mantra femminile che ci rimanda a un potere antico e selvaggio: la capacità di diventare ciò che siamo, in tutta la nostra interezza.
Racchiude l’idea di “riacchiappare da una manica” la propria libertà identitaria che oggi sento centrale nel mio percorso.

Riguardo la sfera dei live, quanto è importante il palco per l’espressione della tua musica?
Il palco per me è come un “Temenos”, un recinto sacro. È il luogo in cui la musica smette di essere solo mia e diventa relazione. Quando suono con i miei musicisti, mi sembra di navigare in un mare aperto, sospesa tra le mie emozioni e quelle degli altri.
Per me il live è sempre un rito, un momento trasformativo, mai una semplice esecuzione.

Esiste un palco su cui sogni di esibirti?
Più che un palco preciso, sogno contesti in cui ci sia ascolto vero e partecipativo. Teatri, spazi raccolti, luoghi in cui il silenzio ha lo stesso valore del suono. Amo molto le candele. Sarebbe magico fare un concerto “Candlelight” con i miei musicisti.

Nel suo percorso evoluzione la tua musica è arrivata anche a dialogare proprio con il teatro: cosa ti affascina di questo incontro tra linguaggi?
Mi affascina la possibilità di raccontare una storia completa, usando il corpo, la voce, il silenzio. Il teatro ti obbliga a una presenza totale, non puoi nasconderti. È un linguaggio che arricchisce molto il mio modo di stare sulla scena e la recitazione stessa, è un aspetto che mi piacerebbe approfondire un giorno. Ho così tante emozioni dentro, che sento il bisogno di proiettarle fuori con estrema verità.

Guardando avanti, a cosa stai lavorando?
Sto scrivendo nuova musica e sono in piena fase creativa. Prima di ogni nuovo progetto, ho imparato a farmi delle domande. Man mano che arriveranno le risposte, arriveranno anche nuove canzoni.

Prima di salutarci, una domanda che ci piace porre ad ogni intervista. Feat dei sogni?
È un feat dei sogni, quindi posso azzardare, vero? Chris Martin dei Coldplay. Il suo talento proviene da un altro pianeta. Mi emoziona e mi disarma.

Grazie ancora,  Rakele. In bocca a lupo per tutti i tuoi progetti, alla prossima.
Grazie a voi per l’ascolto e mi raccomando: “Con leggerezza, vivi ragazza e vedrai che poi passa!”.

Profilo Spotify dell’artista.

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