Intervista all’artista classe ‘97 protagonista dell’episodio 767 di #LFMConsilgia del 12 marzo 2026.
VAIDET, pseudonimo di Maria Francesca Videtta, è una giovane artista nata nel 1997 a Canosa di Puglia.
Laureata in fotografia, vive da sempre la musica come un mezzo intimo di espressione.
Musicista autodidatta, muove i primi passi pubblicando cover online. Dopo essersi trasferita a Roma, inizia a dedicarsi alla scrittura e alla composizione di brani inediti.
Il suo stile si muove tra sonorità indie, influenze folk e atmosfere malinconiche, senza però lasciarsi incasellare in un unico genere.
Disponibile dal 17 aprile 2026, “Cancella e riscrivi” è il suo primo EP
Si tratta di un progetto che nasce dal confronto con ciò che resta quando le storie non si chiudono come avremmo voluto: legami interrotti, parole sospese, momenti che continuano a riaffiorare lasciando la sensazione che qualcosa sarebbe potuto andare diversamente.
Il titolo racchiude una tensione profondamente umana: il desiderio di poter tornare indietro, cancellare ciò che ha fatto male e riscrivere i finali. Ma la realtà è un’altra: non esiste una seconda versione degli eventi. Ed è proprio da questa consapevolezza che prendono forma i brani dell’EP.
Di questo progetto ne abbiamo parlato direttamente con lei, in questa interessante intervista.
Senza dilungarci oltre, vi lasciamo direttamente alle sue parole.
Il tuo primo EP “Cancella e riscrivi” segna un momento importante del tuo percorso: che tipo di traguardo rappresenta per te?
Più che un traguardo lo considero un punto di partenza. “Cancella e riscrivi” è il momento in cui ho deciso di smettere di restare ferma. Per anni mi sono nascosta dietro le mie insicurezze, ho rimandato, mi sono fatta paralizzare dal pensiero. Anche con la musica: facevo fatica a crederci davvero, a riconoscerla come qualcosa di mio. Questo EP mi ha messa con le spalle al muro. Mi ha costretta a smettere di riscrivere nella testa quello che sarebbe potuto essere. E ho capito una cosa semplice: quel meccanismo mi stava bloccando, dentro le storie e prima ancora dentro la mia vita. Allora ho lasciato il controllo, ho accettato com’erano andate le cose, ho fatto un passo avanti senza certezze. Cancellare e riscrivere non significa alterare il passato. Significa smettere di averne paura.
All’interno del progetto emergono storie e situazioni lasciate in sospeso: come è stato trasformare queste esperienze in musica?
Difficile, perché certe storie non si chiudono mai. Tornano. Cambiano forma. Restano. All’inizio cercavo di risolverle a forza, di dargli un senso compiuto. Poi ho capito che il punto era un altro: abitare quelle sospensioni, senza pretendere risposte. Scrivere è servito a fissarle in un momento preciso, a dargli una voce così com’erano. Era un modo per dire: è andata così, anche senza un finale, anche con qualcosa che resta aperto. È esattamente per questo che sono diventate canzoni. Perché restavano irrisolte.
Il titolo richiama un desiderio molto umano, quello di poter cambiare ciò che è stato: quando hai capito invece che era proprio l’accettazione il punto di partenza dei tuoi brani?
All’inizio pensavo che cancellare volesse dire eliminare. Silenziare. Far finta che certe cose non fossero mai accadute. Era una forma di autodifesa. Funzionava finché facevo finta che avrebbe funzionato, perchè ciò che provi a cancellare resta lì, anche quando ti sforzi di ignorarlo. L’accettazione è arrivata quando ho smesso di scappare. Ho iniziato a guardare il passato come qualcosa da capire, invece che da correggere. Anche nelle esperienze più dure, anche nelle storie osservate da fuori, c’era sempre qualcosa da imparare. Accettare mi ha permesso di crescere davvero: di riconoscere gli errori, le mancanze, le fragilità. E soprattutto di non ripeterle. Credo che questi brani nascano esattamente da questo, non dal desiderio di cambiare ciò che è stato, ma dalla volontà di guardarlo per quello che è e di portare con me solo ciò che può aiutarmi ad andare avanti.
Hai raccontato di come questo lavoro raccolga parti molto personali, tra esperienze dirette e osservate: quanto è stato difficile esporsi in modo così sincero nella scrittura?
La parte difficile è arrivata dopo. Mettere nero su bianco è stato persino facile, perché quando scrivo entro in uno spazio protetto, quasi privato, dove riesco a essere sincera senza filtri. La parte più impegnativa è arrivata dopo, quando ho realizzato che quelle parole non sarebbero rimaste solo mie. Esporsi davvero significa accettare che qualcuno possa riconoscersi in ciò che hai scritto, ma anche fraintendere, giudicare, o scoprire aspetti di te che non avevi mai mostrato così apertamente. Per chi tende a proteggersi, fa paura. Eppure è stata la parte più liberatoria di tutte. Quando smetti di nasconderti succede una cosa molto semplice: ti senti leggera. La sincerità in questo EP è arrivata così, come una scelta ripetuta giorno dopo giorno. Lasciare le cose com’erano, senza addolcirle, senza modificarle. E lì, in modo paradossale, ho trovato il mio spazio.
Sempre rispetto a questo processo, quanto ti ha aiutato mettere tutto su carta per lasciare andare certe emozioni o pensieri?
Mi ha aiutata moltissimo, in un modo diverso da come immaginavo. Pensavo che scrivere servisse a far passare le cose. Per me serve a fermarle. A vederle bene. Una volta sulla carta, le emozioni smettono di essere quella nebbia continua e iniziano ad avere un contorno. Avevo paura del contrario, di stare peggio, perché significava rivivere tutto. È successo l’esatto opposto: dare un nome, una forma e una voce a quelle emozioni le ha rese più leggere. Sparite no, però gestibili sì. Scrivere mi ha aiutata a lasciare andare senza dimenticare. “Cancella e riscrivi” è esattamente questo. Lasciare andare senza perdere.
Se dovessi scegliere un brano che rappresenta al meglio l’identità dell’EP, quale sarebbe e perché?
“Mille volte”. È il pezzo in cui tutto si ferma e diventa chiaro. Dentro ci sono il tempo, i legami, e quella consapevolezza che arriva sempre un po’ in ritardo, quando capisci che certe cose non torneranno, e che non c’è niente da fare. È la canzone che racchiude meglio il senso dell’EP, perché parte dal desiderio umanissimo di tornare indietro e poi resta lì, nella realtà, senza provare a sistemarla né a inventare finali diversi. È il brano più intimo. Lascia spazio. E dentro quello spazio ognuno può ritrovare qualcosa di proprio. Per questo la sento rappresentativa: più che una storia, è una sensazione. E l’EP, in fondo, è proprio questo.
Tra tutte le parole che vanno a comporre i brani, invece, c’è una frase a cui ti senti particolarmente legata?
“Non ti odio ormai da giorni.” È quel momento preciso che tutti conoscono. Quando attraversi certe esperienze, all’inizio c’è il rancore, la rabbia, a volte anche l’odio. Guardi tutto da un solo punto di vista, con un’intensità emotiva che ti tiene incollata a quello che hai vissuto. Poi qualcosa si scioglie. Lentamente. Ricominci a rielaborare, e la rabbia perde la sua voce dominante. Quella frase è esattamente quel passaggio: sei uscita dall’emozione più intensa, ma non hai ancora dato un nome nuovo a ciò che provi. È una fase di transito, neutra, e proprio per questo fondamentale. È lì che cominci a guardare le cose con vera lucidità. Smetti di esserci dentro fino al collo e inizi a osservarle da una certa distanza.
Dopo questo progetto, che direzione immagini per il tuo percorso artistico?
Continuerò a scavare, con una consapevolezza diversa. “Cancella e riscrivi” mi ha insegnato a guardare le cose per quello che sono, senza modificarle. Il passo successivo è portare questa stessa autenticità anche in ciò che arriverà, dentro le storie future e non solo dentro quelle del passato. Mi interessa raccontare l’essere umano nelle sue sfumature più imperfette, quelle che di solito restano nascoste perché sono scomode. Vorrei che la mia musica restasse uno spazio sincero, dove chi ascolta possa riconoscersi anche nelle proprie fragilità. Più che pensare a un genere o a una forma, penso a un’evoluzione emotiva: essere sempre più autentica, più diretta, più libera. Sono all’inizio di qualcosa. E credo che questo sia il punto più bello da cui ripartire.
Pensando ai lavori futuri, c’è un artista con cui ti piacerebbe collaborare un giorno?
Diversi, e tutti per ragioni di scrittura e interpretazione. Madame, per quella capacità di essere brutalmente intima senza filtri, eppure con una scrittura sempre riconoscibile. Elisa e Arisa, per la loro incredibile voce e per la sensibilità con cui stanno dentro la musica. E poi mondi come Faccianuvola e Andrea Laszlo De Simone, atmosfere sospese in cui non ascolti una canzone, ci entri dentro come dentro un’immagine, uno stato d’animo.
Pensando alla sfera dei live, invece, su quale palco vorresti tanto esibirti?
Il sogno di ogni artista alla fine è Sanremo. In questo momento però, sento di non avere un palco ideale. Mi interessa la qualità dell’ascolto dall’altra parte. Vorrei un palco dove le persone si fermino davvero, senza distrazioni, senza fretta. Conta molto più del numero o delle dimensioni. Mi basterebbe un palco a Roma, con un pubblico magari piccolo ma presente e autentico. Roma è la città che mi ha accolta e in un certo senso costruita, vivo qui da otto anni e ho un legame profondo con questa città. Esibirmi qui ha sempre un valore personale enorme, è quasi come un modo per dire grazie e sentirmi a casa.
Per concludere: che augurio vuoi farti per quello che verrà?
Di crederci sempre. Di non lasciarmi abbattere nei momenti difficili, e di ricordare ogni volta il motivo per cui ho iniziato. Di non avere paura, di buttarmi senza trattenermi, di restare fedele a ciò che sento anche quando costa fatica. E di crescere, sempre. Come artista, e soprattutto come persona.
Grazie di cuore, è stato molto interessante conoscere così a fondo questo progetto. In bocca al lupo per tutto e alla prossima.
Grazie a voi davvero per lo spazio e per l’ascolto, è stato bello poter raccontare “Cancella e riscrivi” in profondità. A presto.
Profilo Spotify dell’artista.
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