Intervista – REY: il dialogo tra musica e parole

Intervista all’artista protagonista dell’episodio 768 della nostra rubrica #LFMConsiglia, del 13 marzo 2026.

REY lavora al suo progetto artistico da circa otto anni. 
Si è avvicinato alla produzione musicale in giovane età, sviluppando nel tempo un forte interesse che lo porta anche alla scrittura di testi e alla forma-canzone pop/indie-pop.
Oggi, a ventiquattro anni, porta avanti il suo percorso in modo strutturato tra studio, produzioni e live.
Tra le sue influenze cita artisti italiani come Tananai e Calcutta, e internazionali come The 1975, Keshi e Bleachers, con uno stile che integra sonorità synth anni ’80.
REY ha una formazione tecnica in produzione audio: studia presso SAE Institute Milano e sta imparando a suonare la chitarra. La combinazione di formazione tecnica e pratica autodidatta nella produzione è centrale nel suo processo creativo. 
Per le produzioni REY collabora con Alessandro Fava e con il team Cosmophonix; per l’immagine e la fotografia si affida a Carlo Bianchetti, amico di lunga data e fotografo personale fin dall’inizio del percorso.

“ACQUA OSSIGENATA” è il suo ultimo singolo, disponibile sulle piattaforme digitali di streaming dal 27 febbraio.

Per conoscere ancora meglio lui e la sua musica, l’abbiamo contattato per porgli qualche domanda.
Senza dilungarci oltre, vi lasciamo direttamente alle sue parole.

Partiamo dall’inizio: com’è nato il tuo rapporto con la musica e cosa ti ha spinto a iniziare a creare i tuoi primi pezzi?
Il mio rapporto con la musica è nato in modo quasi involontario, ma proprio per questo molto sincero. Un giorno mi sono ritrovato FL Studio scaricato sul computer, probabilmente dopo aver visto qualche video su YouTube in cui qualcuno lo usava, e da lì ho iniziato quasi per gioco a produrre. Però quel gioco, col tempo, è diventato qualcosa di molto più serio: una vera ossessione creativa. Ho iniziato a sentire il bisogno non solo di costruire beat o sonorità, ma di trasformarle in qualcosa che parlasse davvero di me. Una parte importante di tutto questo, probabilmente, viene anche da Tyler, The Creator, che per me da piccolo era un riferimento enorme: non solo un artista, ma un creativo completo, uno che non si limita a cantare o produrre, ma che costruisce un intero mondo. Credo che in qualche modo abbia acceso in me il desiderio di fare lo stesso: non limitarmi ad ascoltare musica, ma iniziare a crearla.

Oggi il tuo lavoro è molto più strutturato tra studio, produzione e live: in un quadro così strutturato e professionale, cosa hai conservato del tuo approccio iniziale al mondo della musica?
La cosa che è rimasta intatta, nonostante oggi il mio lavoro sia molto più strutturato, è il punto di partenza: la mia cameretta. È ancora lì che nascono quasi tutte le mie idee, ed è ancora il luogo in cui riesco a sentirmi libero davvero. Per me è una comfort zone, ma non nel senso di qualcosa di chiuso o statico: è il posto dove riesco a essere più sincero, dove non devo dimostrare niente a nessuno e posso semplicemente lasciarmi andare tra note e parole. Anche se oggi ci sono lo studio, il confronto con altri musicisti, i live e una dimensione più professionale, continuo a credere che la parte più autentica della mia musica nasca proprio in quel contesto intimo, quasi privato, dove tutto è cominciato.

Le tue influenze spaziano tra Italia e estero, con anche richiami a sonorità anni ’80: come si riflettono concretamente nella tua costruzione dei suoni?
Le mie influenze si sentono molto nel modo in cui cerco di costruire il suono. Per me ricreare una certa atmosfera vintage è fondamentale, perché non è solo una scelta estetica: è un modo per raccontare la mia personalità. Mi affascina l’idea di prendere elementi del passato e portarli dentro un linguaggio contemporaneo, senza farli sembrare nostalgici in modo sterile. Dall’Italia prendo molto del cantautorato moderno, soprattutto da quella scena romana che ha saputo rendere la scrittura diretta ma profonda, semplice ma evocativa. Dall’estero, invece, assorbo soprattutto la capacità di dare nuova vita a sonorità retrò, reinterpretandole in chiave attuale. In fondo il mio obiettivo è proprio questo: creare un equilibrio tra memoria e presente, tra familiarità e identità personale.

Il tuo percorso unisce studio tecnico e lavoro pratico in studio, anche a stretto contatto con altri produttori: quanto questo mix influenza il modo in cui costruisci il suono dei tuoi brani?
Per me è essenziale lavorare con un team competente. Non tanto perché non sia capace di fare determinate cose da solo, ma perché il confronto è una parte fondamentale del processo creativo. Avere persone intorno che possano mettere in discussione un’idea, oppure anche semplicemente vedere un brano da una prospettiva diversa, è qualcosa che mi arricchisce molto. Mi interessa lavorare con chi non abbia paura di dirmi quando qualcosa non funziona, perché spesso proprio lì nasce la crescita. In studio il valore non sta solo nell’esecuzione, ma nella visione condivisa: il suono di un pezzo, per me, diventa davvero forte quando è il risultato di uno scambio sincero, intelligente e competente.

Nei tuoi pezzi c’è sempre un intreccio tra scrittura e produzione: come lavori per far dialogare testo e parte sonora in modo coerente?

Per me il dialogo tra testo e produzione è qualcosa di naturale. Non lo vivo come due mondi separati, ma come due facce della stessa emozione. Di solito, però, devo sempre partire dalla musica: è la base che mi indica la direzione, il tono, il tipo di immagine che voglio raccontare. La parte sonora mi suggerisce il linguaggio della scrittura, il ritmo delle parole, la loro intensità. È come se la musica aprisse una porta e il testo entrasse dopo, cercando di stare dentro quella stessa atmosfera. Quando succede, tutto diventa coerente in modo quasi istintivo. Se il suono è giusto, anche la scrittura trova il suo posto con più naturalezza.

Parliamo del tuo ultimo singolo, “Acqua Ossigenata”; cosa rappresenta per te?
“Acqua Ossigenata” per me è la mia ballata indie pop, ma soprattutto è un brano molto personale. Dentro c’è una parte di me più fragile, più esposta, più vulnerabile. È una canzone che parla di qualcosa che apparentemente cura, ma che allo stesso tempo può bruciare: è proprio questa ambivalenza a renderla così vicina a quello che volevo raccontare. A livello personale rappresenta il bisogno di dare una forma elegante e intensa a un sentimento complicato, qualcosa che non è mai solo bianco o nero. In questo pezzo c’è la mia idea di amore quando diventa troppo forte, troppo presente, quasi ingestibile. È una canzone che mi somiglia perché non cerca di essere rassicurante: prova piuttosto a essere vera.

L’idea alla base del brano, dunque,  è molto forte anche a livello concettuale.
L’immagine dell’acqua ossigenata mi ha colpito proprio per il suo paradosso. Come detto, da un lato è una sostanza legata alla cura, alla disinfezione, al tentativo di guarire; dall’altro, però, ha anche una componente aggressiva, corrosiva, tossica. Mi interessava moltissimo questa doppia natura, perché secondo me racconta bene certe relazioni o certi amori che nascono come qualcosa di necessario, ma finiscono per ferire. L’idea di “berla” è volutamente estrema, quasi disturbante, perché porta all’eccesso il concetto di dipendenza emotiva: quando ami qualcuno a tal punto da non riuscire più a distinguere ciò che ti salva da ciò che ti consuma. In questo senso il brano non parla solo di amore, ma di trasformazione, di attrazione e danno che convivono nella stessa esperienza. È la rappresentazione di un sentimento che, invece di lenire, finisce per corroderti dall’interno.

Guardando indietro ai brani che hai pubblicato finora, ce n’è qualcuno che senti più vicino e/o che ha un ruolo speciale nel tuo percorso?
Sì, sicuramente “AFTER SEX”. È un brano a cui sono molto legato perché per me rappresenta un vero punto di svolta. Guardandomi indietro, sento che lì c’è stato un salto di maturità importante, sia nella scrittura che nelle composizioni. È uno di quei pezzi in cui ho sentito di riuscire a dire qualcosa in modo più consapevole, più definito, più vicino alla direzione che volevo davvero prendere. Ogni brano ha il suo valore, ma “AFTER SEX” ha segnato un passaggio: mi ha fatto capire che stavo iniziando a costruire un linguaggio più mio, più riconoscibile, più solido.

C’è, invece, una traccia di un altro artista che, sia dal punto di vista della produzione che nel complesso, avresti voluto realizzare tu? 
“UNDERSTAND” di Keshi. È una canzone che mi sarebbe piaciuto scrivere e produrre perché riesce a essere essenziale ma profondissima allo stesso tempo. Ha un’eleganza emotiva rara: non ha bisogno di essere sovraccarica per arrivare, e questo per me è un grande valore. C’è una delicatezza nella produzione e nella scrittura che riesce a rendere molto bene quella sensazione di incomprensione, di distanza emotiva, di bisogno di essere capiti davvero da qualcuno. Mi piace perché sembra una canzone intima ma universale, fragile ma molto costruita. È quel tipo di brano che ti fa pensare: “avrei voluto trovare io questa stessa combinazione di semplicità e intensità”. Ed è proprio questo il motivo per cui la sento così vicina.

Parlando di altri artisti, con chi ti piacerebbe confrontarti in studio per una collaborazione, in futuro?
Jack Antonoff. Per me sarebbe una collaborazione dei sogni. Antonoff è uno dei produttori e songwriter più importanti della scena contemporanea: ha lavorato con artisti enormi e ha sempre avuto la capacità di costruire identità sonore fortissime, riconoscibili, emotive. Mi affascina il suo modo di dare forma alle canzoni senza mai togliere spazio alla loro umanità. Confrontarmi con lui in studio sarebbe incredibile, perché credo che da una collaborazione del genere si possa imparare tantissimo, non solo dal punto di vista tecnico ma anche visivo e concettuale. Scrivere anche solo un brano con lui sarebbe davvero il coronamento di un sogno.

Prima di salutarci, che direzione ti auguri per la tua crescita come produttore e artista nei prossimi anni?
Mi auguro di continuare a crescere senza perdere la mia identità, ma soprattutto di poter portare la mia musica sempre più spesso dal vivo. Vorrei fare tanti live in tutta Italia, perché per me il contatto con le persone è una parte fondamentale di questo percorso. La musica, alla fine, nasce in un luogo molto intimo, ma trova il suo senso più pieno quando arriva a qualcuno, quando diventa qualcosa che resta addosso. Spero di riuscire a costruire un percorso solido, credibile e riconoscibile, portando la mia musica ai cuori delle persone e continuando a evolvermi sia come produttore che come artista.

Grazie per la tua disponibilità, è stato un piacere. 
Grazie a voi, davvero. È stato un piacere raccontarmi e condividere questo percorso.

Profilo Spotify dell’artista.

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