Foto di Eliana Giaccheri
Intervista all’artista protagonista dell’episodio 813 della nostra rubrica #LFMConsiglia del 21 settembre 2026.
La Noce è una cantautrice della nuova scena pop italiana, capace di unire elettronica, canzone d’autore e immaginario politico in una scrittura viscerale e queer. Nel 2025 pubblica “Libera”, un progetto tra musica e teatro realizzato insieme alla scrittrice Cecilia Lavatore e dedicato ai temi dell’autodeterminazione, dei diritti civili e dei corpi non conformi.
Nel corso del suo percorso artistico conquista il Meeting Music Contest, con una selezione affidata a Morgan, il Premio Nuovo IMAIE e il Premio Stream Believe di Music For Change 2025. Si esibisce inoltre a “Viva Rai 2” con Fiorello e su Radio2, con passaggi anche a Uno Mattina, Isoradio e Radio Rock. Ha condiviso il palco con Bandabardò, Anna Castiglia, Patagarri, Sabina Guzzanti, Zulù dei 99 Posse e Cisco.
Tra luglio e agosto 2026 apre le date italiane del tour estivo di LP e, in occasione della tappa di La Spezia, si esibisce insieme all’artista internazionale sulle note di “Into the Wild”, brano tratto dall’album “Forever for Now”.
“Polysix” è il suo ultimo singolo, disponibile dal 18 settembre su tutte le piattaforme digitali e in radio. Prodotto da Matteo Gabbianelli, il brano racconta il desiderio di trattenere l’intensità di una persona e di un momento, cercando di preservarne le sensazioni prima che il tempo ne trasformi il ricordo.
La voce e la scrittura si intrecciano con una produzione che attraversa elettropop italiano, synth-pop, alternative pop e nuova canzone d’autore, dando forma a un brano che mette al centro l’intimità e la fragilità delle emozioni.
CREDITI
Testo e Musica: Marta La Noce, Matteo Gabbianelli
Produzione: Matteo Gabbianelli
Etichetta: Musa Factory (Ed.Emmekappa)
Editore: Edizioni Emmekappa
Studio di registrazione: Kutso Noise Home
Foto: Eliana Giaccheri
Distributore: Believe
Di questo pezzo, della sua musica in generale e del suo percorso artistico (con uno sguardo anche a quello che arriverà prossimamente), ne abbiamo parlato direttamente con lei in questa intervista.
Per iniziare, ci racconti come ti sei avvicinata alla musica e quando hai capito che sarebbe diventata un modo di esprimerti?
Ho cominciato a suonare prima di capire cosa volessi dire. Una fortuna, perché quando ho iniziato a capirlo sono diventata piuttosto difficile da interrompere, infatti i miei mi chiamavano “La Radio”.
Ho studiato pianoforte, poi sono arrivate la chitarra, le percussioni e il canto. La musica è stata il primo posto in cui sono riuscita a essere completamente sincera senza dover necessariamente dare spiegazioni. Poi ho cominciato a scrivere canzoni e ho rovinato tutto: adesso le spiegazioni me le chiedono nelle interviste.
Quanto le tue origini hanno influenzato la persona e l’artista che sei oggi?
Vengo da Roccasecca dei Volsci, un paese della provincia di Latina dove il concetto di privacy è ancora oggetto di dibattito.
Crescere in un posto piccolo ti insegna a osservare, ad ascoltare e soprattutto a fare i conti con le aspettative degli altri. Ho un rapporto molto affettuoso con le mie origini, anche se probabilmente una parte della mia musica nasce proprio dal desiderio di disobbedire a quel magnifico sistema di istruzioni non richieste che chiamiamo tradizione.
Mi porto dietro la provincia, la sua umanità, le sue contraddizioni, gli spazi ampi e la solitudine.
Nel tuo percorso hai attraversato esperienze diverse, dalla musica al teatro, fino a progetti che intrecciano arte e impegno sociale. Quali di queste esperienze senti ti abbiano lasciato qualcosa di particolarmente importante?
Sicuramente “Libera”, il progetto di teatro-canzone che porto in scena con Cecilia Lavatore. Mi sono rimaste addosso le storie che abbiamo raccontato, le vite delle donne che abbiamo attraversato, ma soprattutto quello che succede quando qualcuno ci ascolta.
C’è un momento in cui senti che quello che stai raccontando sul palco arriva da qualche parte, che le persone riconoscono qualcosa di sé anche in storie lontanissime dalle proprie. Ed è una sensazione potentissima.
Con Cecilia succede una cosa che mi emoziona sempre: sembra che insieme riusciamo a dare voce a qualcosa che appartiene a tutti, anche a chi magari non aveva mai trovato le parole per dirlo.
È uno dei momenti in cui penso che quello che faccio sia davvero importante.
Nella tua musica convivono elettronica, canzone d’autore e una forte attenzione ai temi sociali: come riesci a far dialogare queste dimensioni senza perdere la tua autenticità?
Scrivo di quello che mi attraversa: il desiderio, il corpo, le relazioni, il potere, le ingiustizie. La dimensione politica è già dentro queste cose, anche quando stai raccontando una storia d’amore.
L’elettronica mi permette di dare un corpo fisico a quello che scrivo. Mi piace l’idea che una canzone possa farti ballare e, nel frattempo, insinuarti un dubbio. Magari te ne accorgi il giorno dopo, mentre sei in fila alle Poste.
Quali sono le idee e, se ci sono, le figure artistiche che hanno contribuito maggiormente a formare il tuo sguardo sul mondo? Mi piacciono le voci coraggiose, potenti.
Mi interessano le persone che hanno il coraggio di esporsi, di contraddire il proprio tempo, di mettere qualcosa in gioco quando prendono parola. Nina Simone per me è un esempio enorme: una voce che non si limitava a interpretare canzoni, ma aveva il potere di spostare le coscienze.
Amo chi riesce a far convivere bellezza, intelligenza e dissenso. Chi usa l’ironia per smontare le certezze, anche le proprie.
Quest’estate hai avuto l’opportunità di aprire alcuni concerti italiani di LP, condividendo anche un momento musicale. Che esperienza è stata e cosa ti ha lasciato, sia sul palco sia a livello personale?
Ho aperto le date italiane del tour estivo di LP e a La Spezia mi sono ritrovata anche a cantare sul palco insieme a LP. Ho reagito con grande professionalità: sono andata nel panico soltanto dopo.
È stata un’esperienza enorme, soprattutto perché mi ha ricordato che non importa quanto sia grande il palco: se provi a diventare qualcun altro per meritarlo, hai già perso qualcosa. Ho portato la mia musica davanti a un pubblico che in gran parte non mi conosceva, e questa è una delle prove più belle per un’artista. A livello personale mi sono portata a casa una conferma: si può arrivare molto lontano senza perdere la propria sensibilità. E possibilmente senza diventare degli stronzi. LP è un’artista clamorosa, una persona immensa, generosa, uno stimolo enorme per crescere umanamente e artisticamente.
Dopo un’esperienza come questa, hai qualche altro feat dei sogni nel cassetto?
Un featuring con Caparezza mi divertirebbe moltissimo. Anche solo per capire quante parole si possano infilare in una battuta prima di dover chiamare un ingegnere strutturale.
Mi piacciono le collaborazioni che generano un cortocircuito, quelle in cui due mondi si incontrano e nessuno dei due ne esce esattamente come prima.
Parliamo di “Polysix”. Ti va di raccontarci questo brano?
Intanto Polysix è il nome di un sintetizzatore della Korg, non un farmaco sperimentale. Anche se qualche effetto collaterale potrebbe averlo.
È una canzone che nasce dal desiderio, da quella parte di noi che continua a cercare qualcosa anche quando la ragione suggerirebbe di mettersi tranquilli.
Mi interessava raccontare quella tensione tra controllo e istinto, nella rete di un tempo inafferrabile, tra quello che pensiamo di dover essere e quello che il corpo, molto democraticamente, se ne frega di chiedere. È anche un invito a non accontentarsi e a ricercare quella magia che abbiamo vissuto nei rapporti, anche nella quotidianità, a costo di mettere tutto in discussione.
È un brano elettronico, fisico, con una dimensione notturna. Una canzone che invita a muoversi, possibilmente anche dalle proprie convinzioni.
Nel pezzo la voce e le parole hanno un ruolo centrale, accompagnate da sonorità elettroniche. Come hai lavorato con Matteo Gabbianelli per trovare il suono più adatto?
Con Matteo abbiamo un linguaggio tutto nostro, che spesso sarebbe incomprensibile anche a un’équipe di linguisti.
Io posso dirgli che vorrei un suono «sensuale, ma come se avesse appena ricevuto una brutta notizia» e lui, incredibilmente, riesce a tradurlo in musica.
A parte gli scherzi, lavoriamo molto sul rapporto tra scrittura, voce, interpretazione e produzione. Non ci interessa usare l’elettronica come decorazione: vogliamo che la produzione abbia una funzione narrativa, che aggiunga qualcosa che le parole o che la voce da sole non riescono a dire.
Matteo ha una grande capacità di dare forma alle intuizioni.
Guardando ai prossimi mesi, quali sono i progetti e gli obiettivi che ti piacerebbe realizzare, dentro e fuori dalla musica?
Il 30 ottobre esce “Buco nero”, il nuovo singolo, e a gennaio 2027 arriverà il mio album “Tu vuoi di più”, prodotto da Matteo Gabbianelli, pubblicato da Musa Factory e distribuito da Believe.
Il 22 gennaio lo presenteremo dal vivo al Wishlist di Roma. Sarà un concerto importante, con una dimensione sonora molto vicina a quella del disco.
Mi piacerebbe che questo lavoro arrivasse a persone che ancora non sanno chi sono. Non necessariamente per piacere a tutti: mi basterebbe essere ascoltata prima di essere eventualmente detestata.
Fuori dalla musica vorrei continuare a occuparmi delle cose che mi stanno a cuore, restare curiosa, imparare, sbagliare meglio e magari riuscire a prendere una decisione senza aprire contemporaneamente diciassette scenari catastrofici.
Prima di salutarci, che augurio ti fai per il futuro?
Di non diventare troppo ragionevole.
Di continuare a desiderare cose grandi senza sentirmi in colpa per quelle che ho già. Di avere sempre qualcosa da imparare e qualcuno capace di farmi cambiare idea.
E soprattutto di conservare il senso del ridicolo. Il mondo è già abbastanza pericoloso quando le persone cominciano a prendersi troppo sul serio.
Grazie, è stato un piacere. In bocca al lupo per tutto!
Grazie a voi! Viva le lupe di tutti i boschi! Ci vediamo ai concerti. Portatevi le orecchie, al resto penso io.
Profilo Spotify dell’artista.
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