Intervista – Equilibrio tra acqua e fuoco: Nosylla

Intervista all’artista classe ’98, protagonista dell’episodio 716 della nostra rubrica #LFMConsiglia del 3 settembre 2025.

Nosylla, nome d’arte di Adriana Lariccia, classe 1998. Metà salentina e metà albanese, assorbe profondamente le influenze musicali e folkloristiche di entrambe le culture.
Fin da piccola, la musica è la sua essenza: studia chitarra classica alla scuola “Vallotti” di Vercelli, vincendo a 8 anni il primo premio come solista.
Scrive testi in italiano e inglese e pubblica due raccolte di poesie.
Appassionata di cinema, teatro e musical, studia recitazione e approfondisce la psicologia come secondo percorso universitario.
Il suo stile musicale fonde pop, indie e pop-punk, con influenze anni ’80. Da sette anni è frontwoman della band pop-punk Eclipsis, affinando la presenza scenica con numerosi live. Nel 2020 raggiunge le semifinali di SanremoNewTalent.
Il suo primo singolo, “Una stella” (2015), è prodotto da Riccardo Eterno. Nel 2019 pubblica “Ad occhi chiusi”, “Stanza Vuota” e “May we meet again” con Cristian Piccinelli (Multiforce Publishing).

Attualmente lavora con il produttore Enrico Caruso a nuovi progetti.
Tra questi  “Antartide”, il suo ultimo singolo, Disponibile dall’8 agosto 2025 sulle piattaforme digitali. Il brano, inserito nell’episodio della nostra rubrica #LFMConsiglia a lei dedicato (il 716 del 3 settembre 2025) usa il gelo come metafora di un amore distante ma ancora vivo, protetto dalla freddezza più che distrutto da essa.

Di questo, e di molto altro, ne abbiamo parlato direttamente con lei, in questa intervista.
Senza dilungarci oltre, vi lasciamo direttamente alle sue parole.

Partiamo dal principio. Cosa ti ha avvicinata per la prima volta al mondo della musica?
La musica ha sempre fatto parte di me stessa, sin da quando sono piccola, è sempre stata l’unica cosa che mi teneva calma, l’unica cosa che mi faceva battere forte il cuore. Ho fotografie che mi ritraggono intenta a fingermi una rockstar appena imparato a camminare. Ho iniziato a studiare in modo reale musica all’età di 5 anni, innamorata della chitarra.

C’è stato un momento preciso in cui hai capito che sarebbe diventata parte essenziale della tua vita?
Diciamo che piuttosto che un momento, la mia l’ho sempre sentita più come una chiamata ad essere la vera versione di me stessa, la vera Adriana. Senza la musica non sarei chi sono, e probabilmente non avrei un senso. Più suonavo, più mi ascoltavo, più scrivevo, più era chiara la mia strada. Avrei provato a dare spazio a Nosylla, che in fondo è sempre Adriana, solo un po’ meno timida.

Guardando al tuo percorso, dai primi studi di chitarra fino ai progetti attuali, quali sono stati i passaggi o le esperienze che ti hanno fatto crescere di più come artista?
I primi anni di studio sicuramente mi hanno forgiata, la chitarra classica a mio avviso dona insegnamenti preziosi, la compostezza che si deve avere, l’attenzione al dettaglio, non sono da sottovalutare. Arrivano poi i primi concorsi, i primi timori, le prime sconfitte ma anche le prime vittorie; ecco, questi attimi sono stati gli insegnanti migliori, che ti portano naturalmente a volerti migliorare, anche se le dita sanguinano e fanno male. Iniziai a fare gare sempre più frequenti, e ad esibirmi quindi davanti al pubblico, cosa che mi fa davvero stare bene. Ogni volta che salivo su un palco, imparavo qualcosa di nuovo su me stessa, su come gestire l’emozione, ma anche su come comunicare attraverso la musica, non solo eseguire. Inizia poi la mia avventura con la scrittura, per me una vera e propria svolta importante, che nasce come necessità, per guardarmi dentro, tradurre in suoni e parole ciò che non riuscivo a dire a voce. L’esigenza personale di raccontarmi, sia per aiutare me stessa, sia per aiutare gli altri, perché so che alla fine qualcuno là fuori può sentire quello che sento io nello stesso identico modo e ascoltandomi magari non si sente più sola. Infine, gli incontri con i produttori con cui ho lavorato, hanno cambiato il mio modo di vedere la musica in modo professionale. Qualcuno mi ha insegnato a valorizzare le mie idee, altri mi hanno spinta a superare la paura di sperimentare e di osare. Collaborare con persone che hanno visioni diverse mi ha fatto capire che crescere artisticamente significa anche sapersi mettere in discussione e restare curiosi.

Se dovessi, invece, scegliere un momento particolarmente importante o simbolico del tuo cammino musicale finora, quale racconteresti?
Resterei nel recente presente, per raccontare quest’aneddoto, molto breve, ma molto intenso. Il mio singolo “ASMR”, il giorno dopo l’uscita, arriva ad una persona. Destino vuole che questa persona, a cui riservo infinita stima, si chiami Loredana Bertè. “ASMR” arriva alle sue orecchie, lo ascolta, le piace, lo posta nelle sue storie instagram come sottofondo al suo reel di promozione per il suo imminente tour. Io svengo.

Le tue radici salentine e albanesi convivono dentro di te in modo molto naturale. In che modo senti che queste due culture influenzano la tua musica e la tua sensibilità artistica?
Dal Salento ho ereditato il senso della terra, del ritmo, quella energia viscerale che senti nel tamburello della pizzica o nel canto popolare; è un richiamo alla vita, alla festa, ma anche al dolore condiviso. Dall’Albania, invece, porto con me una malinconia più profonda, una forza silenziosa che si traduce in melodie intense, a volte sospese tra rabbia e dolcezza. Mettere insieme queste due anime è come cercare un equilibrio tra fuoco e acqua: da una parte la passione istintiva, dall’altra la nostalgia e la ricerca di identità. Credo che la mia musica nasca proprio lì, nel punto in cui le mie origini si incontrano e si riconciliano.

Scrivi testi, poesie e hai anche studiato psicologia. Quanto conta per te la scrittura come strumento di espressione?
La scrittura per me è il filo che unisce tutto: musica, poesia, anche la psicologia. È lo spazio in cui riesco a tradurre ciò che sento in qualcosa di concreto, a dare forma alle emozioni prima che diventino troppo confuse o troppo forti. Scrivere è una forma di cura, un modo per guardarmi dentro davvero, interrogarmi, parlarmi, accarezzarmi. Allo stesso modo mi permette di connettermi con gli altri, che sento ad un passo di mano. La psicologia mi insegna a guardare dentro le parole, a capire cosa si nasconde dietro quel velo, e questo ha cambiato il mio modo di scrivere. Non cerco solo di “dire” qualcosa, ma di far emergere un vissuto, un’emozione autentica, che faticherebbe ad uscire. Scrivere è catarsi, autodistruzione e genesi. Per me scrivere musica equivale a rinascere pezzo dopo pezzo, come una fenice.

Riguardo al tuo ruolo di frontwoman degli Eclipsis, quanto ti ha aiutato l’esperienza con la band nel costruire la tua presenza scenica e la consapevolezza sul palco?
È stata un’esperienza fondamentale, perché quando condividi il palco con altre persone impari subito che la musica non è solo tecnica o interpretazione, ma ascolto, equilibrio, connessione. Devi sentire gli altri, respirare insieme, capire quando è il momento giusto di lasciare spazio e quando invece spingere. La vera forza nasce dal dialogo tra le energie di chi suona e di chi ascolta; la band mi ha insegnato la spontaneità, la capacità di adattarmi, ma anche di fidarmi del momento, perché sul palco può succedere di tutto, e proprio lì si crea la magia. Quando salgo da sola porto con me quella stessa consapevolezza collettiva: ogni gesto, ogni sguardo, ogni paura ha un peso, ma non va mai “controllato” del tutto. Deve restare vivo, vero.

La tua musica attraversa diversi linguaggi (dal pop all’indie fino al pop-punk) ma rimane sempre molto personale. Ad oggi, come la descriveresti?
Credo che ad oggi sia un punto d’incontro tra ciò che sento e ciò che vivo, più che un genere preciso. Ho smesso di inseguire un’etichetta sonora e ho iniziato a cercare un linguaggio che mi rappresenta davvero. La definirei emotiva e viscerale, a volte luminosa, altre più scura, ma sempre sincera. Ogni brano nasce da un frammento reale, un’emozione che mi attraversa e che cerco di trasformare in qualcosa di condivisibile. Più che costruire un suono, sto cercando una verità sonora, qualcosa che suoni come me, anche mentre cambio.

Parlando dei tuoi brani, tra quelli editi e non, ne esiste uno che ti rappresenta al meglio, una sorta di “brano manifesto”?
Non posso fare spoiler, ma sto lavorando alla prossima uscita, e questo brano, di cui ancora non posso svelare il titolo, devo dire che mi rappresenta molto più dei tre precedenti già usciti. Spero che piacerà anche di più, e spero che possa toccare tanta altra gente, il mood è intimo, ma che assomiglia ad un walzer sotto la pioggia.

Ci hai anticipato qualcosa e dunque, ti chiediamo, guardando avanti quali saranno i prossimi passi del tuo percorso?
Come detto posso anticipare che presto ci sarà una nuova uscita, qualcosa che segna un passo avanti, più maturo e consapevole, ma anche più libero. È un periodo di costruzione, ma anche di slancio, con l’emozione di chi sa che sta per aprirsi un nuovo capitolo.

Quali sono, invece, i tuoi sogni?
Il mio sogno più grande è continuare a fare musica in modo autentico, senza dover mai snaturare quella che sono. Vorrei che le mie canzoni arrivassero a chi ne ha bisogno, che potessero essere uno spazio sicuro, una carezza o una scossa, a seconda del momento. Mi piacerebbe portare il mio progetto dal vivo, condividere il palco con artisti che stimo e creare connessioni vere. Ma più di tutto sogno una carriera che resti onesta, che cresca insieme a me, senza fretta ma con radici solide. In fondo, il mio sogno è riuscire a vivere di ciò che amo, e continuare a farlo con cuore e verità, perché a musica mi ha salvata in ogni modo in cui qualcuno può essere salvato ed io le devo tutta la mia anima.
(Ah, segnalatelo alla lampada di Aladino, ovviamente vorrei anche collaborare con Taylor Swift.)

Ci hai quasi letto nel pensiero, anticipando la nostra domanda di rito sul feat. dei sogni. Oltre Taylor Swift c’è qualcun altr*?
Scherzando l’ho citata nella domanda prima! Ovviamente per me in cima alla lista c’è lei: Taylor. Ma mi piacerebbe collaborare con troppi artisti e non riuscirei ad elencarli tutti, per cui – il nome internazionale ce l’hai, ora ne manca uno italiano e ti dirò Ultimo.

Grazie mille per la disponibilità, è stato un grande piacere. In bocca al lupo per tutto e alla prossima.
Grazie infinite a voi per questo spazio che mi avete dedicato, è stato un piacere anche per me. Vi abbraccio e vi mando un grande saluto!

Profilo Spotify dell’artista.

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