Intervista – TiBi: ritrovarsi in “Alta Stagione”

Foto di Giulio Locatelli

Intervista all’artista protagonista dell’epiodio 807 di #LFMConsiglia del 29 agosto 2026.

Tommaso Bertini, in arte TiBi, nasce e cresce a Rocca San Casciano, un paese di provincia nel cuore delle colline romagnole. Chitarrista e compositore, si avvicina alla musica fin da bambino grazie al padre, grande collezionista e commerciante di vinili, che gli trasmette l’amore per i classici della musica internazionale.
Il legame con la sua terra è forte e complesso: a Rocca San Casciano trascorre tutta l’adolescenza, vivendo un rapporto di appartenenza e allo stesso tempo di tensione verso qualcosa di diverso. Questa dualità diventa il nucleo della sua identità artistica. È nella scrittura e nella musica che trova il modo più autentico per esprimere sé stesso e dare voce alle emozioni che la vita di provincia gli ha lasciato.
Il suo stile unisce mondi apparentemente distanti: la morbidezza della bossa nova, la schiettezza del rap e una forte impronta cantautorale. Da questo incontro nasce il suo suono personale, capace di raccontare la realtà quotidiana con sincerità e immediatezza.
Nel settembre 2023 “temperatura ambiente”, il primo singolo del progetto: un connubio tra rap e bossa nova che definisce con chiarezza la direzione del suo percorso artistico.

A dicembre 2025 inizia un nuovo percorso con Dumba Dischi con il singolo “Magica” seguito da “Thé Albicocca” a marzo 2026. Disponibile dal 19 giugno, “Love Language” è il brano con cui l’abbiamo conosciuto all’interno del nostro portale. 

CREDITI
Testo: Tommaso Bertini
Musica: Tommaso Bertini, Luca Jacoboni
Prodotto da: Luca Jacoboni
Mix e Master: Luca Jacoboni
Copertina: Tommaso Bertini

Il pezzo rappresenta un’uscita extra che segue l’EP d’esordio “Alta Stagione”, uscito il 15 maggio 2026.
“Alta Stagione” è un racconto per momenti, un insieme di immagini e sensazioni che ruotano attorno alla provincia, alla memoria e alla crescita personale. 

Di questo progetto, e di tanto altro, ne abbiamo parlato direttamente con lui in questa interessante intervista.

Partiamo dal principio. Come ti sei avvicinato alla musica e quando hai capito il ruolo che avrebbe ricoperto nella tua vita?
La musica c’è sempre stata, anche se per molto tempo non l’ho vissuta pensando che dovesse necessariamente diventare qualcosa. Ho sempre ascoltato tantissima musica e mi è sempre piaciuto scrivere, soprattutto quel tipo di canzoni capaci di riportarti immediatamente in un luogo, in un periodo o vicino a una persona.
A un certo punto ho iniziato a scrivere cose mie, inizialmente quasi per gioco, e pian piano mi sono accorto che era diventato il modo più naturale che avevo per raccontarmi e mettere in ordine quello che vivevo.
Non credo ci sia stato un momento preciso in cui ho pensato “da oggi faccio musica”. È successo gradualmente. A un certo punto ho semplicemente capito che le canzoni avrebbero continuato ad accompagnarmi e ad avere uno spazio importante nella mia vita.

Come si “costruisce”, nel corso del tuo cammino, il progetto TiBi? Ci sono artisti che ti hanno influenzato?
TiBi si è costruito soprattutto facendo musica e cercando, nel tempo, di capire cosa mi appartenesse davvero.
All’inizio inevitabilmente prendi tantissimo dagli artisti che ascolti. Poi, continuando a scrivere, inizi a riconoscere alcune caratteristiche che tornano sempre e che piano piano diventano tue.
Le influenze sono tante e anche molto diverse. Sicuramente il rap, soprattutto per il modo diretto di raccontare le cose; il cantautorato italiano, per l’importanza delle parole e delle immagini; il pop, perché amo le melodie semplici che riescono a rimanerti in testa. Negli ultimi anni mi sono avvicinato sempre di più anche a sonorità latine, alla bossa nova, alla fusion e, in generale, a una musica più calda, ritmica e suonata.
Credo che il progetto abbia iniziato davvero a prendere forma quando ho smesso di chiedermi troppo a quale genere dovesse appartenere una canzone e ho iniziato semplicemente a chiedermi se quella canzone mi rappresentasse.

Persone ma anche luoghi. Rocca San Casciano è una presenza importante nel tuo percorso. Quanto il rapporto con il tuo paese ha influenzato il tuo modo di scrivere e di raccontarti?
Tantissimo, probabilmente ancora più di quanto pensassi all’inizio.
Me ne sono reso conto soprattutto iniziando a vivere sempre di più fuori. Rocca per me rappresenta casa nel significato più completo della parola. È un paese piccolo e quando cresci in un posto così sviluppi inevitabilmente un senso di appartenenza molto forte: conosci le persone, i luoghi, le storie e ogni angolo finisce per avere un significato particolare.
Allo stesso tempo, crescendo, senti anche una forte necessità di partire, conoscere altro e costruire qualcosa fuori. Credo che proprio questa contraddizione sia entrata molto nella mia musica: la voglia di andare avanti senza riuscire, e forse senza voler riuscire, a smettere di guardarsi indietro.
Rocca poi per me è fatta soprattutto di immagini: l’estate, gli amici che tornano, le feste, il fiume, le serate, le strade percorse centinaia di volte. Sono cose apparentemente molto normali, ma quando scrivo diventano immediatamente importanti.
Mi piace l’idea di poter partire da qualcosa di estremamente piccolo e personale e provare a renderlo riconoscibile anche per qualcuno che a Rocca non è mai stato.

Come dicevi prima, Bossa nova, rap, pop e cantautorato convivono nella tua musica. Come nasce questo incontro di sonorità e dove pensi che il tuo stile possa andare in futuro?
Nasce sicuramente dal fatto che ascolto musica molto diversa e faccio fatica a pensare per generi.
Quello che cerco maggiormente è un’atmosfera. All’interno di una stessa canzone possono convivere una batteria che viene dal rap, una chitarra più vicina alla bossa nova, un ritornello pop e un modo di scrivere legato al cantautorato. Se tutte queste cose contribuiscono a raccontare la stessa sensazione, per me possono stare tranquillamente insieme.
In futuro vorrei accentuare ancora di più questa contaminazione, soprattutto lavorando con strumenti suonati, arrangiamenti più ricchi e andando a cercare sonorità che oggi mi incuriosiscono tantissimo: dalla musica latina alla cumbia, dalla bossa nova alla fusion e, più in generale, a tutta quella musica capace di avere un groove molto forte senza perdere la componente melodica.
Il mio obiettivo sarebbe arrivare a un punto in cui una persona possa riconoscere una mia canzone dopo pochi secondi senza riuscire necessariamente a definirne il genere. Penso che quella sarebbe la vera identità che sto cercando.

Parlando di tua musica, il 15 maggio è uscito “Alta Stagione”, il tuo primo EP. Che momento rappresenta per te questo progetto?
“Alta Stagione” è il momento in cui tante cose che fino a lì erano state separate hanno iniziato ad avere un senso insieme.
Sono canzoni nate in periodi differenti e che inizialmente non erano state necessariamente pensate come parti dello stesso progetto. A un certo punto, però, mi sono reso conto che stavano raccontando tutte qualcosa di molto simile: crescere, partire, tornare, innamorarsi, perdere qualcosa e provare a conservarne il ricordo.
È stato importante anche perché per la prima volta ho avuto la sensazione di aver costruito un piccolo mondo che rappresentasse davvero TiBi.
Il titolo racchiude bene tutto questo. Per me l’alta stagione è quel periodo dell’anno in cui improvvisamente sembra succedere tutto: le persone tornano, il paese si riempie, ricominciano le feste, le serate, gli incontri e magari anche qualche amore.
La cosa bella è che, proprio mentre lo stai vivendo, sai già che prima o poi finirà. Credo che sia anche questo a rendere certi momenti così importanti.

CREDITI
Testi: Tommaso Bertini
Musica: Tommaso Bertini, Luca Jacoboni
Prodotto da: Luca Jacoboni
Mix e Master: Luca Jacoboni
Copertina: Tommaso Bertini

Qual è, quindi, l’immagine che senti più rappresentativa di “Alta Stagione”?
Probabilmente una sera d’estate a Rocca.
Non penso necessariamente a una situazione precisa, quanto a una sensazione. È tardi, sei ancora fuori con i tuoi amici, c’è gente in giro e per qualche ora hai quasi l’impressione che quella serata possa durare per sempre.
Contemporaneamente, però, sai benissimo che non sarà così. Tra qualche giorno qualcuno ripartirà, ricominceranno il lavoro, l’università e la vita normale.
Per me “Alta Stagione” è esattamente questo: essere completamente felice dentro un momento mentre, in qualche modo, quel momento ti manca già.

Tra i brani che compongono “Alta Stagione”, ce n’è uno che senti particolarmente rappresentativo della tua musica e del tuo modo di raccontarti?
Più che scegliere necessariamente quello che considero il brano migliore, mi rappresentano soprattutto le canzoni in cui riesco a partire da qualcosa di molto concreto e quotidiano per arrivare a raccontare qualcosa di più grande.
È il modo in cui mi viene più naturale scrivere.
Faccio molta fatica a partire direttamente da un concetto astratto. Ho bisogno di una strada, una macchina, una persona, una serata, un posto preciso. È quasi sempre attraverso queste immagini che riesco poi a parlare di nostalgia, di crescita, di rapporti o della paura che alcune cose possano cambiare.
Credo che questa sia una delle caratteristiche che sento maggiormente mie anche all’interno di “Alta Stagione”.

Dopo l’uscita dell’EP, quali sono i prossimi passi?
Prima di tutto continuare a scrivere e soprattutto sperimentare.
“Alta Stagione” per me non rappresenta un punto di arrivo, ma il primo capitolo di qualcosa che vorrei costruire negli anni. Anzi, credo che una delle cose che mi interessino maggiormente adesso sia proprio non sentirmi obbligato a ripetere esattamente quello che ho già fatto.
Sto ascoltando tantissima musica e ci sono mondi che mi stanno affascinando sempre di più. Mi piace molto la musica latina, mi interessa la cumbia, la bossa nova, la fusion e in generale tutto ciò che riesce a mettere insieme ritmo, strumenti suonati, melodie forti e una certa leggerezza.
Vorrei sperimentare con queste influenze senza però perdere la parte cantautorale e narrativa del progetto. Mi piacerebbe che nei prossimi lavori si sentisse ancora di più questa libertà: poter passare da una cosa molto intima a un pezzo estremamente ritmico senza avere la sensazione di essere diventato improvvisamente un altro artista.
Un altro obiettivo importante è sicuramente quello di suonare sempre di più dal vivo, anche perché penso che questo tipo di ricerca musicale acquisti ancora più senso quando viene portata su un palco e suonata insieme ad altri musicisti.

Se dovessi pensare a un palco ideale dove cantare e raccontare “Alta Stagione” e tutta la tua musica, quale sarebbe?
Sanremo.
È una risposta a cui sono particolarmente legato perché il Festival fa parte della mia vita praticamente da sempre. Lo guardo fin da quando ero piccolo e negli anni è diventato quasi un appuntamento fisso, condiviso anche con la mia famiglia e con le persone a cui voglio bene.
Per questo l’idea di poter essere un giorno dall’altra parte dello schermo, su quel palco con una mia canzone, avrebbe per me un significato particolare che va oltre la semplice dimensione del concerto.
Inoltre penso che Sanremo rappresenti perfettamente il tipo di crescita artistica che sogno: poter portare una canzone al centro di tutto, accompagnata da un’orchestra e da un arrangiamento importante, davanti a un pubblico enorme ma mantenendo comunque l’attenzione sulla musica.
Se devo scegliere un palco dei sogni, quindi, è sicuramente quello dell’Ariston.

Con chi, invece, ti piacerebbe collaborare un giorno?
Se potessi scegliere liberamente, il primo nome che farei sarebbe Masayoshi Takanaka.
Negli ultimi tempi è diventato per me un riferimento enorme. Mi affascina tantissimo la sua capacità di fare musica estremamente tecnica e ricercata ma allo stesso tempo solare, immediata e quasi visiva. Nei suoi brani senti la fusion, il jazz, sonorità latine, tropicali e tantissimo groove, ma tutto rimane incredibilmente melodico. Poter costruire un brano insieme a lui, magari partendo proprio dalla sua chitarra e portandoci dentro il mio modo di scrivere, sarebbe probabilmente la collaborazione dei sogni.
Tra gli artisti contemporanei italiani sicuramente Frah Quintale. Mi piace molto il modo in cui riesce a raccontare situazioni semplici e quotidiane attraverso immagini immediatamente riconoscibili, mantenendo una scrittura personale e apparentemente molto spontanea.
Poi ci sono CA7RIEL & Paco Amoroso, che negli ultimi anni mi hanno colpito tantissimo. Mi piace la libertà con cui mischiano generi, strumenti, immaginario e performance. Riescono a prendere elementi della musica latina, del funk, del pop e dell’elettronica e trasformarli in qualcosa di immediatamente riconoscibile.
Se invece potessi ignorare completamente il tempo, direi Lucio Battisti. Per il rapporto tra melodia, arrangiamenti, ricerca musicale e immediatezza rimane inevitabilmente uno dei riferimenti più grandi.
In generale il sogno sarebbe proprio questo: riuscire a collaborare con artisti provenienti da mondi diversi dal mio e vedere cosa succede quando quei linguaggi si incontrano. Le collaborazioni che mi interessano di più non sono quelle in cui due persone fanno già la stessa musica, ma quelle da cui nasce qualcosa che nessuno dei due avrebbe realizzato da solo.

Prima di salutarci, fatti un augurio per il futuro.
Mi auguro soprattutto di non perdere il motivo per cui ho iniziato a fare musica.
Vorrei continuare a divertirmi, scrivere cose in cui mi riconosco e condividerle con le persone a cui voglio bene.
Naturalmente sogno che il progetto possa crescere tantissimo: fare dischi, concerti sempre più grandi, collaborazioni e magari, un giorno, arrivare davvero su alcuni dei palchi che oggi sembrano lontanissimi.
Ma la cosa che mi auguro maggiormente è che, anche se un giorno dovessero cambiare i numeri, i palchi o le persone intorno, una nuova canzone continui a emozionarmi esattamente come succede oggi.
E soprattutto mi auguro di continuare ad avere qualcosa da raccontare.

Grazie, è stato un piacere. In bocca al lupo per tutto.
Grazie a voi per lo spazio e per l’attenzione dedicata al progetto.
È sempre bello poter raccontare non soltanto le canzoni, ma anche tutto quello che c’è dietro e che inevitabilmente, prima o poi, finisce dentro la musica.
Ci vediamo in Alta Stagione.

Profilo Spotify dell’artista.

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