Intervista – GIOVAMI: musica ed immagini

Intervista all’artista protagonista dell’episodio 806 della nostra rubrica #LFMConsiglia del 25 agosto 2026.

Giovami, nome d’arte di Giovanni Giove (2002), è un cantautore che unisce scrittura d’autore, elettronica e vocoder in quello che definisce cantautorato elettronico post-romantico. Il suo progetto nasce anche dalla collaborazione con Gianni Pollex, autore e produttore Warner Chappell, con cui sta sviluppando produzione e ricerca sonora. Un universo musicale accompagnato da visual futuristici e da arte digitale, dove suono ed estetica costruiscono un immaginario coerente e contemporaneo.

Dal 7 agosto è disponibile su tutte le piattaforme digitali “lampONE”, il suo ultimo singolo, fuori per GHANDI DISCHI.

CREDITI
Autore: Giovanni Giove
Compositori: Giovanni Giove, Giovanni Pollex
Produttori: Giovanni Pollex, Natan Mottadelli, Samuele Murdaca
Label: GHANDI DISCHI

Per conoscerlo ancora meglio, l’abbiamo contattato per porgli qualche domanda.
Ne è venuta fuori questa interessantissima intervista.
Vi lasciamo alle sue parole.

Partiamo dal principio. Quando hai iniziato ad avvicinarti alla musica e cosa ti ha spinto a trasformare questa passione in un vero e proprio progetto artistico?
Ho iniziato a otto anni, quando ho toccato per la prima volta una chitarra. In quel momento mi sono reso conto che esistevano altri modi per esprimersi oltre alle parole e da lì è stato praticamente amore a prima vista con la musica. A sedici anni ho iniziato a scrivere le mie prime canzoni e da allora non ho più smesso. Con il tempo ho capito che non era soltanto qualcosa che mi piaceva fare, ma un modo attraverso cui riuscivo davvero a raccontarmi.

⁠Guardando al percorso fatto finora, quali sono state le tappe che hanno contribuito maggiormente alla tua crescita, sia dal punto di vista musicale che personale?
Sicuramente l’incontro con il mio primo produttore, Stefano Clemente. È stata la prima persona a credere davvero in me, addirittura prima ancora che iniziassi seriamente a scrivere le mie canzoni.
Poi c’è stato l’incontro con Gianni Pollex. Per me è stato importante vedere una persona che avevo sempre considerato un nome importante nel settore, credere nel progetto e avere voglia di mettersi in gioco insieme a me, nonostante fossi ancora un artista super emergente.
E poi Greta Amato, la mia attuale manager, che ha creduto fin da subito in questo progetto e grazie alla quale sto riuscendo a fare tantissime cose che, da solo, avrei sicuramente fatto molta più fatica a realizzare. Sono incontri che hanno contribuito tanto non solo alla mia crescita artistica, ma anche a quella personale.

Parlando proprio di Gianni Pollex, com’è nata questa collaborazione e cosa sta aggiungendo al tuo percorso?
L’incontro con Gianni è nato in maniera abbastanza casuale. Ero stato ospite di Camper su Rai 1 e lui mi aveva scritto su Instagram per farmi i complimenti. Sapevo che in quel periodo si trovava a Bari e quindi gliel’ho semplicemente buttata lì, gli ho detto che abitavo abbastanza vicino e gli ho chiesto se potessi passare in studio per fargli ascoltare qualche altra cosa.
Alla fine gli ho fatto sentire praticamente tutti i miei brani, che sono davvero tanti, e sinceramente non mi aspettavo nemmeno che avesse la pazienza di ascoltarli tutti. Alla fine mi disse che aveva voglia di lavorare al progetto e di seguirlo. Per me è stato un momento molto importante, soprattutto perché mi ha dato una conferma forte su quello che stavo facendo e mi ha permesso di iniziare un percorso di ricerca sonora ancora più approfondito.

Nel tuo progetto musica e immagine sembrano muoversi nella stessa direzione, tra visual futuristici e arte digitale: quanto è importante per te costruire un universo estetico coerente con quello che racconti attraverso i suoni?
Moltissimo. Per me l’idea alla base di tutto è che il suono debba anche essere visto. Non riesco a pensare alla musica come a qualcosa di separato dall’immagine, quando creo una canzone, quasi automaticamente nella mia testa iniziano a comparire colori, ambienti, immagini e situazioni.
Mi piace quindi costruire intorno ai brani un universo visivo che non sia semplicemente decorativo, ma che possa amplificare quello che sto cercando di raccontare attraverso il suono.

Quali artisti, generi o riferimenti hanno contribuito maggiormente allo sviluppo del tuo stile e al modo in cui oggi concepisci la tua musica?
Shawn Mendes è stato probabilmente il primo artista che mi ha fatto apprezzare davvero le melodie. La prima cover che ho imparato a suonare e cantare è stata Stitches e ricordo quel momento come uno dei primi in cui ho capito quanto mi piacesse tutto questo.
Poi c’è stato Ultimo. Anche se oggi non è un artista che seguo particolarmente, è stato fondamentale perché mi ha fatto avvicinare alla musica italiana prima di allora scrivevo praticamente solo in inglese.
Infine direi sicuramente Tame Impala, soprattutto per tutto quello che riguarda la ricerca sonora, la produzione e il modo di costruire un’identità attraverso i suoni. È un riferimento che continua ancora oggi a stimolarmi tantissimo.

Pensando proprio a questo percorso di evoluzione, dove credi che possa portarti la tua musica nei prossimi anni? C’è una direzione che senti particolarmente tua?
Faccio musica prima di tutto perché mi emoziona e perché mi permette di liberarmi di alcune cose che altrimenti probabilmente non riuscirei a esprimere nello stesso modo.
Allo stesso tempo, però, la faccio anche perché in fondo credo e spero che, mettendo qualcosa di mio dentro una canzone, qualcun altro possa ritrovarci qualcosa di suo. Mi piacerebbe che in futuro la musica mi desse la possibilità di incontrare tutte quelle persone che magari, anche solo per tre minuti, si sono sentite comprese ascoltando una mia canzone. Credo che quella sarebbe una delle cose più belle che potrebbe regalarmi questo percorso.

Il 7 agosto è arrivato sulle piattaforme “lampONE”, il singolo con cui ti abbiamo conosciuto all’interno del nostro portale; che cosa rappresenta questo brano all’interno del tuo percorso e cosa ti ha permesso di raccontare di te?
“lampONE” è un brano nato praticamente nel giro di qualche ora.
Nasce da un amore molto intenso che, però, dentro di me sentivo già essere destinato a finire.
In quel momento non riuscivo bene a spiegare né agli altri né a me stesso quello che provavo. C’erano sentimenti molto forti, ma allo stesso tempo anche la consapevolezza che probabilmente quella cosa non sarebbe durata. Non sapendo come raccontarlo, ho scritto “lampONE”. È diventato il modo più immediato che avevo per mettere ordine in quelle sensazioni.

Guardando ai prossimi mesi, quali sono i progetti e gli obiettivi su cui stai lavorando e che vorresti portare avanti nel prossimo futuro?
Sicuramente l’album. È il progetto su cui sto concentrando maggiormente le energie e rappresenta un passaggio molto importante per me, perché mi permetterà di raccontare in maniera più completa tutto il mondo che sto costruendo.
E poi sicuramente il live. Vorrei portare queste canzoni fuori dallo studio e arrivare a costruire un vero tour, perché credo che il palco sia il luogo in cui tutto quello che sto facendo, dalla musica ai visual, possa trovare la sua forma più completa.

Feat dei sogni?
Tame Impala. Senza pensarci troppo.

C’è qualcosa che non ti è mai stato chiesto nelle interviste e che invece ti piacerebbe avere l’occasione di raccontare?
In realtà non mi viene in mente qualcosa di preciso. Forse significa che fino ad ora mi avete fatto le domande giuste [ride].

⁠Prima di salutarci, fatti un augurio per il futuro.
Mi auguro di continuare a divertirmi e a riconoscermi sempre in quello che faccio, senza perdere quella sensazione che mi ha fatto iniziare. E magari di riuscire a portare questa musica il più lontano possibile.
In bocca al lupo Giovami 

Grazie mille per il tuo tempo, è stato molto interessante. In bocca al lupo e alla prossima.
Grazie a voi per avermi ascoltato e per lo spazio. Un abbraccio e alla prossima.

Profilo Spotify dell’artista.

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