Intervista – Namarian: la necessità di essere autentico

Intervista all’artista classe 2005, protagonista dell’episodio 757 di #LFMConsiglia del 2 febbraio 2026.

Namarian, all’anagrafe Francesco Bertoli, è un artista pop-urban di Chiusi (SI) classe 2005.
Cresciuto in una famiglia in cui la musica ha sempre avuto un ruolo centrale inizia a cantare fin da bambino e, dall’adolescenza, a scrivere testi e comporre melodie in autonomia. Dal 2018 sviluppa una scrittura personale che unisce l’energia del pop-punk americano alle metriche e alle strutture del pop-urban italiano, muovendosi tra melodia immediata e attenzione al contenuto testuale. Nei suoi brani, l’intimità non è mai un pretesto narrativo, ma uno spazio di trazione in cui corpo e pensiero spesso procedono in direzioni opposte. Negli anni pubblica diversi singoli con etichette indipendenti, collaborando con team produttivi differenti e consolidando progressivamente un’identità sonora riconoscibile. Parallelamente porta la sua musica dal vivo in contesti e rassegne di piccole e medie dimensioni, affinando una presenza scenica essenziale e coerente con la sua scrittura. 

“Mi sento un naufrago alla Daniel Defoe, perso su un’isola alla Robinson Crusoe”; inizia così, con un riferimento esplicito ai classici della letteratura, “Di Te”, il  suo ultimo singolo disponibile dal 30 gennaio 2026.

In “Di Te”, la letteratura classica non viene utilizzata come un ensemble di citazioni colta fine a sé stesse, bensì come strumento narrativo volto a mettere ordine, ad organizzare razionalmente ed emotivamente un conflitto interno specifico: quello tra un corpo che resta agganciato a una relazione finita e una mente che ha già deciso di andarsene.

Di questo brano, della sua musica e di molto altro, ne abbiamo parlato direttamente con lui, in questa intervista.

Partiamo dal principio. Come, quando e perché ti sei avvicinato al mondo della musica?
Mi ci sono avvicinato fin da piccolo, grazie a mia madre, che è una musicista e mi ha sempre incoraggiato a imparare a suonare e a mettermi in gioco, anche facendomi cantare al microfono. Nel paese in cui vivevo, inoltre, erano presenti diverse iniziative legate alla musica e al teatro, come musical e attività scolastiche a indirizzo musicale, che mi hanno portato a studiare uno strumento e a far parte di un’orchestra. Successivamente, durante le scuole medie, ho iniziato ad avvicinarmi anche alla scrittura grazie a un amico che già componeva testi e che mi ha spinto a provarci. Da lì è nato un interesse sempre più forte, che mi ha portato, col tempo, a iniziare a pubblicare la mia musica.

Esiste un artista, un album e/o semplicemente un brano che ha contribuito ha accompagnato le prime fasi del tuo percorso influenzandolo?
Nelle prime fasi del mio percorso ho preso ispirazione da diversi artisti, senza mai identificarmi in un unico riferimento preciso. Durante il periodo delle scuole medie, ad esempio, un artista che ascoltavo molto e che ha influenzato le mie prime melodie e i miei testi è stato Justin Bieber. In generale, però, il mio approccio è sempre stato quello di assorbire ciò che ascoltavo di più in quel momento e rielaborarlo in modo personale. Col tempo, ho attraversato diverse fasi: in particolare, sono stato influenzato nello stile di scrittura da Lazza, mentre per quanto riguarda sonorità e interpretazione ho trovato ispirazione anche nel pop punk di Machine Gun Kelly. È stato quindi un percorso fatto di evoluzioni e influenze diverse, che hanno contribuito a formare la mia identità artistica.

Ad oggi, voltandoti indietro, quale reputi essere la tappa più importante per la tua crescita artistica?
Prendere consapevolezza della necessità di essere autentico. In un primo momento, da più giovane, tendevo a imitare modelli lontani dalla mia realtà, cercando di aderire a un’immagine che non mi apparteneva davvero. Col tempo, però, ho capito che l’unico modo per dare valore alla mia musica era raccontare ciò che vivevo in prima persona e ciò che riuscivo davvero a comprendere. Da quel momento ho smesso di inseguire certi stereotipi e ho iniziato a concentrarmi su me stesso, sulle mie esperienze e sulle mie emozioni. Questo cambio di prospettiva ha segnato un punto di svolta fondamentale nel mio percorso.

Veniamo a “DI TE”, il brano con cui ti abbiamo conosciuto all’interno del nostro portale. Ti va di raccontarcelo?
“DI TE” è un brano che racconta una relazione arrivata a un punto ormai tossico, destinata a finire, ma che continua a trascinarsi per una sorta di equilibrio fragile. Da un lato c’è la sicurezza, o forse l’illusione, che possa andare avanti; dall’altro manca la reale presa di coscienza del fatto che quella situazione faccia solo male. Il pezzo nasce dall’osservazione di una relazione di una persona a me vicina, che mi ha colpito molto e mi ha fatto riflettere. Scriverlo è stato un modo per dare voce a emozioni e pensieri che non erano direttamente miei, ma che ho sentito profondamente, cercando di interpretarli e restituirli nel modo più sincero possibile.

Tra i brani pubblicati in passato, invece, ce n’è uno a cui sei particolarmente legato?
Il brano a cui sono più legato è sicuramente “Alessitimia”. È una canzone che racconta la difficoltà di esprimere le proprie emozioni, attraverso immagini e parole molto dirette. Parla di un aspetto molto personale: faccio fatica a vivere ed esprimere le emozioni in modo estremo, che siano di grande felicità o di profonda tristezza. Mi sono sempre sentito in una sorta di via di mezzo, senza riuscire ad avere reazioni che rappresentassero pienamente ciò che provavo. In questo pezzo ho cercato di raccontare e rivivere proprio questa difficoltà, ed è per questo che ci sono particolarmente legato.

Più in generale, qual è il tuo approccio alla scrittura?
Il mio approccio alla scrittura nasce quasi sempre da un’immagine, uno scenario o un momento della mia vita che mi colpisce in modo particolare. Quando questa sensazione arriva, inizio a scrivere costruendo attorno a quell’idea l’intero brano. Può partire da una singola parola, da una frase, da una scena o anche da una canzone che mi rimanda a qualcosa di personale. Da lì sviluppo tutto il resto, lasciando che si formi progressivamente. In genere lavoro su melodia e testo contemporaneamente: non separo la scrittura delle parole dalla costruzione della topline, ma le integro nello stesso momento creativo, seguendo ciò che mi viene naturale.

Se dovessi raccontarti con la frase di un tuo pezzo, quale useresti?
“Non ho detto ti amo nemmeno a mia nonna prima di vederla morire”. È una frase di “Alessitimia” molto diretta e per me significativa, che racchiude bene il tema della difficoltà nell’esprimere le emozioni. Rappresenta sia il mio modo di scrivere, che tende alla sincerità e alla crudezza, sia un aspetto più personale del mio carattere: la fatica nel comunicare affetto e sentimenti anche verso le persone più care, a volte per timidezza o blocco emotivo. In questa frase convivono quindi la mia scrittura e la mia esperienza personale.

Guardando avanti, quali saranno i prossimi passi?
I prossimi passi del mio percorso saranno dedicati a un lavoro più approfondito e professionale sulla parte musicale e strumentale, cercando di curare ogni dettaglio con maggiore consapevolezza. Allo stesso tempo, voglio imparare a rivedere anche i testi quando, col tempo, sento che non rispecchiano più pienamente ciò che sono. L’obiettivo è continuare a scrivere e sviluppare nuovi brani da proporre anche in contesti più strutturati, come talent e competizioni musicali, portando sempre dentro la mia musica la mia identità e tutto ciò che rappresenta il mio vissuto.

Quali, invece, i sogni?
Di poter vivere di musica, in ogni sua forma: cantando, scrivendo e, perché no, anche lavorando dietro le quinte. Il desiderio più grande è quello di riuscire a portare la mia voce, i miei testi e le mie idee al maggior numero possibile di persone, sperando che qualcuno possa riconoscersi in ciò che scrivo. Allo stesso tempo sono consapevole che si tratta di un percorso complesso e che esistono anche obiettivi più concreti e raggiungibili. Non parlerei di accontentarsi, ma di trovare comunque soddisfazione nel restare all’interno del mondo della musica, in qualunque forma esso si realizzi per me.

A proposito di sogni, con chi ti piacerebbe collaborare, un giorno?
Mi piacerebbe poter collaborare con molti artisti diversi. L’unico limite, a volte, è rappresentato dalle differenze di genere musicale, che possono rendere alcune collaborazioni più complesse, ma in generale resto molto aperto. Nel corso del tempo ho ascoltato e seguito artisti che hanno segnato la mia crescita musicale, sia in passato sia oggi, e da molti di loro continuo a trarre ispirazione. Non ho quindi un nome preciso da indicare, perché ciò che conta davvero per me è la condivisione: lavorare insieme a un brano è una delle parti più belle del processo creativo, e per questo mi piacerebbe collaborare con più persone possibile.

Per concludere, c’è una domanda che nessuno ti ha mai posto e a cui, invece, avresti sempre voluto rispondere?
Una cosa che mi piacerebbe raccontare è il significato del mio nome d’arte, perché rappresenta una parte fondamentale della mia identità artistica. “Namarian” deriva dal nome di mia nonna, Marianna, rielaborato invertendo e trasformando l’ultima sillaba, che viene portata all’inizio della parola. Per me questo nome racchiude un valore profondo e personale, legato alle mie origini e agli affetti più importanti. È un elemento che considero centrale nella mia musica e nel mio modo di presentarmi.

Profilo Spotify dell’artista.

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