Intervista – Francis’ Scream: musica come punto d’incontro

Foto di Martina Rocca

Intervista a Francis’ Scream,  cantautore e musicista nato a Brescia, cresciuto a Palermo e oggi attivo a Roma.

Francis’ Scream è il progetto artistico di Francesco Scrima, cantautore e musicista nato a Brescia, cresciuto a Palermo e oggi attivo a Roma. 
Il nome d’arte nasce come eco del suo vero cognome, ma soprattutto come immagine: un urlo che attraverso la potenza catartica della musica incanala rabbia, dolore e fragilità. La sua scrittura unisce cantautorato d’autore, indie folk e indie rock, con sfumature lo-fi e un’attitudine ereditata dal punk degli anni ’80 e ’90. 
Le sue influenze affondano nelle radici musicali respirate fin da bambino (tra Bob Dylan e il folk degli anni Sessanta) per poi evolversi verso riferimenti più contemporanei. Inizia a cantare presto, studia chitarra classica sin da giovanissimo e prosegue in autonomia sviluppando il proprio percorso su acustica ed elettrica. A undici anni scrive le prime canzoni, quasi tutte in inglese, animate da uno spirito di protesta e da una vena introspettiva che lo accompagneranno negli anni. 
Nel 2025 avvia ufficialmente il progetto Francis’ Scream, collaborando con il produttore Giuseppe Domenico Sferrazza a una serie di release dal carattere indie e lo-fi. Da questa collaborazione nascono i singoli “Anna Storm”, “Cherry Blossoms” e “Reef”, che ottengono recensioni su testate indipendenti internazionali tra cui RGM Magazine, A&R; Factory e Earmilk. 
Il 9 gennaio 2026 arriva il nuovo singolo “I Clearly Mustn’t Know What the Hell Is Going On”, che segna l’inizio della collaborazione con Mob Studios. 

Disponibile, invece, dal 13 marzo 2026, “Freddie” è il suo ultimo singolo.
Scritto dallo stesso artista e prodotto da Simone Poccia (Mob Studios), “Freddie” è una piccola dedica al gatto di casa. 

Per conoscere ancora meglio lui e la sua musica, l’abbiamo contattato per porgli qualche domanda.

Ecco cosa ci ha raccontato.

Quando, come e perché hai iniziato a fare musica?
Ho iniziato a 11 anni, poco dopo aver preso in mano la mia prima chitarra, una classica Yamaha. Come tanti ragazzi ho cominciato quasi per caso, grazie a un corso pomeridiano organizzato dalla mia scuola. In quel periodo, però, stavo anche affrontando la perdita di una persona a me molto cara, e lo studio della chitarra è diventato subito qualcosa di più di un semplice hobby. Era una via di fuga dal dolore. Così tra una strimpellata e l’altra cominciavo a scrivere i miei primi pezzi, in cui riversavo tutta la sofferenza che avevo dentro. Fin dall’inizio ho scritto anche molte canzoni di protesta, forse proprio per una forma di reazione, perché dentro avevo tanta rabbia e avevo bisogno di darle una voce. Nonostante questo legame così forte con la musica fin da giovanissimo, il mio debutto ufficiale è arrivato solo nel 2025, molti anni dopo. È successo a Roma, città in cui mi sono trasferito e dove ho ritrovato una nuova energia. Anche in questo caso, in un momento personale complesso, ho scelto di trasformare le difficoltà in creatività.
In un certo senso, quindi, la mia musica nasce dal dolore e dalla sofferenza. Negli ultimi tempi, però, sto cercando di ampliare questo linguaggio, esplorando anche emozioni diverse.

C’è un artista, un album e/o semplicemente un brano che ha contribuito al tuo avvicinamento a questo mondo?
Sicuramente tra le mie più grandi fonti di ispirazione c’è Bob Dylan, anche perché in casa si ascoltava molta musica folk. Quella è stata la mia prima vera esposizione a un certo modo di intendere la musica, molto legato allo storytelling. Allo stesso tempo, però, in quegli anni usciva “American Idiot” dei Green Day, che è stato il primo album che ho acquistato per conto mio. Questo momento ha segnato una svolta importante, perché da lì ho iniziato a distaccarmi dalla musica che avevo sempre ascoltato per cercare una mia dimensione. Da quel momento in poi ho iniziato a esplorare tanti altri generi e questo mi ha permesso di ampliare sempre di più le mie influenze. Ho scoperto molti artisti che, nel tempo, hanno avuto un impatto importante sul mio percorso.

Ad oggi, quale reputi essere la tappa più importante del tuo percorso?
Probabilmente l’aver iniziato ufficialmente questo percorso artistico. È stato un passo che ho fatto con fatica, soprattutto all’inizio, perché arrivava dopo anni in cui la musica era qualcosa di molto personale. A un certo punto ho capito che, per quanto fosse difficile, dovevo smettere di tenerla solo per me e iniziare a condividerla. Espormi mi ha messo davanti a molte insicurezze, ma allo stesso tempo mi ha permesso di dare un senso diverso a quello che facevo: la musica non era più solo una via di fuga ma anche un modo per condividere il dolore e provare a rielaborarlo.

Quali sono i tuoi modelli di ispirazione?
Non ho mai avuto un unico modello di riferimento, ma piuttosto una serie di influenze che si sono stratificate nel tempo. Da piccolo sono cresciuto ascoltando molta musica folk, poi è arrivata la rabbia adolescenziale e lì ho conosciuto prima il pop-punk e poi il punk rock, fino all’hardcore punk, passando per tanti altri sottogeneri del rock. Questo percorso ha contribuito a definire la mia identità artistica, perché oggi tutte queste influenze coesistono, in qualche modo, nella mia musica.

Come descriveresti la tua musica?
Faccio fatica a incasellarla in qualcosa di preciso. È un punto d’incontro tra cose anche molto diverse. Da una parte c’è una scrittura diretta, a tratti anche essenziale, dall’altra un suono che si muove tra folk e rock. Per comodità la definisco “indie folk/alt rock”, ma è più una semplificazione che una vera etichetta.

Parliamo di “Freddie”, la tua ultima uscita; ti va di raccontarci questo pezzo?
Ho scritto “Freddie” nel 2022, quando mi sono trasferito a Roma. Era un periodo di cambiamento e di fragilità interiore, in cui sentivo la necessità di aggrapparmi agli affetti presenti in quel momento della mia vita. Quando abbiamo accolto Freddie in casa, quando abitavo ancora a Palermo, all’inizio era quasi un elemento estraneo, qualcosa a cui non ero abituato e che, tra l’altro, mi creava anche un certo disagio fisico, essendo allergico al pelo del gatto. Col tempo, però, è diventato una presenza fondamentale nella mia quotidianità. Ho voluto scrivere questo pezzo come un tributo a questo amico che non ha mai capito il mio linguaggio umano ma che, in qualche modo, è riuscito a comprendermi più di tante persone, anche solo attraverso la sua presenza. 

All’interno del brano emergono anche degli elementi di sarcasmo che servono un po’ a raccontare il suo carattere e il nostro rapporto: da un lato lo descrivo come un piccolo predatore convinto di essere il padrone di casa, dall’altro emergono le sue fragilità e le sue stranezze. 

È un modo leggero per raccontare qualcosa di profondo.

A proposito di tuoi brani, tra quelli pubblicati fino ad oggi, quale indicheresti come brano manifesto del tuo progetto?
Non credo di avere ancora un vero e proprio brano manifesto. Ogni pezzo è stato la fotografia di un momento preciso della mia vita. 

Se devo guardare in quella direzione, però, direi che il brano che uscirà a breve è quello che si avvicina di più all’idea del progetto. È una rielaborazione del primo pezzo che ho scritto quando avevo dieci anni, quindi in qualche modo chiude un cerchio. È come se due versioni di me si incontrassero nello stesso punto tenendo insieme quello che ero e quello che sono oggi.

Guardando avanti, quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Non ho particolari piani a lungo termine. Sto cercando semplicemente di continuare su questa strada, portando avanti quello che sto facendo in modo naturale. Mi interessa restare in movimento, continuare a scrivere e pubblicare musica, senza forzare troppo le cose.

Quali, invece, i sogni?
Il mio sogno è quello di riuscire a portare avanti questo percorso nel tempo senza perdere l’onestà con cui è nato. Vorrei continuare a fare musica in modo libero, trovando sempre nuovi modi per esprimermi e arrivare a più persone senza snaturarmi.

A proposito di sogni, con chi ti piacerebbe  collaborare, un giorno?
Mi piacerebbe tantissimo collaborare con alcuni degli artisti che, in un modo o nell’altro, mi hanno reso l’artista che sono oggi. Allo stesso tempo, però, più che un nome preciso mi interessa collaborare con persone con cui ci sia una connessione vera. Alla fine è quello che fa la differenza.

Prima di salutarci, fatti un augurio.
Mi auguro di riuscire a divertirmi sempre e di non perdere mai la passione per quello che faccio.

Grazie, è stato un piacere. In bocca al lupo per tutto.
Grazie a voi per l’opportunità!

Profilo Spotify dell’artista.

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