Intervista – DDUMA racconta “A Ddhu Mare Te Porta”

Intervista all’artista protagonista dell’episodio 765 di #LFMConsiglia del 4 marzo 2026.

DDUMA è il progetto artistico di Chiara Pizzi, cantautrice e autrice salentina. Dopo una formazione nella danza, approda alla scrittura musicale e alle prime esperienze in studio come autrice.
Il progetto nasce da una ricerca sonora legata alle proprie radici linguistiche e geografiche, e si sviluppa in una dimensione intima e introspettiva, sospesa tra oscurità e suggestioni oniriche.

Il 29 maggio è uscito A Ddhu Mare Te Porta”, il suo nuovo EP di DDUMA.
Il progetto che segna un’evoluzione naturale e profonda della sua ricerca artistica.
Il dialetto, elemento identitario già radicato nel progetto, diventa in questo EP una corrente ancora più consapevole e centrale, capace di ampliare le possibilità espressive e guidare una riflessione sui valori che sostengono l’esistenza. Le parole si fanno materia viva, attraversando ogni brano con una tensione intima e stratificata.

CREDITI
Autore: DDUMA
Produzione: Machweo

Per conoscere ancora meglio questo EP, l’abbiamo contattata per farle qualche domanda a riguardo.

Ecco cosa ci ha raccontato.

“A Ddhu Mare Te Porta” raccoglie un percorso molto personale: che tipo di fase della tua vita fotografa questo lavoro?
In realtà fotografa un lasso di tempo molto ridotto, ma estremamente intenso.  È il momento in cui nella mia testa si sono uniti i puntini tra quello che sono  sempre stata e quello che potevo rappresentare attraverso la musica. Ho capito  che potevo essere di più, che dovevo osare a modo mio, non solo  artisticamente ma anche nella vita privata. È stato quasi un momento di  riscoperta: ritrovare un linguaggio che mi appartiene da sempre, come il  dialetto, e inserirlo in contesti sonori che rappresentano davvero quello che  amo suonare e ascoltare. 

Quanto di quello che hai vissuto negli ultimi anni è entrato dentro questi brani?
Più che vissuto, direi pensato. Non considero questo un disco autobiografico, non perché non parli di me, ma perché non segue una narrazione lineare. Lo vedo piuttosto come un manifesto di riflessioni maturate nel tempo: a volte più  sociali, altre più intime. Ogni brano indaga dei micro-temi, secondo il mio punto di vista personale, senza necessariamente costruire una storia continua. 

Tra le tracce del progetto, ce n’è una che senti più rappresentativa della tua identità artistica o del tuo momento attuale?
Direi “Peronospera”. È un brano che critica l’atteggiamento di passività nei  confronti della vita e di ciò che ci circonda. È una forma di apatia in cui ogni  tanto ricado anch’io e credo sia molto più comune di quanto sembri.  

Qual è stato il nucleo emotivo o creativo da cui è partito tutto?
Una sensazione di distanza e appartenenza allo stesso tempo. L’idea di essere legato a un posto, ma anche di volerne richiamare altri. Musicalmente l’ispirazione è venuta dopo un concerto dei The Smile. 

Hai presentato questi brani per la prima volta in un contesto live: quali sono state le sensazioni e le emozioni che hanno accompagnato questo momento di condivisione iniziale con il pubblico?
Sono le prime volte in cui porto in giro il mio progetto, quindi faccio  ancora fatica a trarre conclusioni definitive. Però, a proposito di questo, dopo un concerto una ragazza mi ha detto di aver percepito una sensazione di pace, come se volessi dilatare il tempo. È una cosa  che mi ha colpito molto, in senso positivo.  Mi ha anche un po’ stranito sentirlo, perché nella vita quotidiana mi percepisco  in modo molto diverso. Solitamente, quando non suono, faccio fatica a lasciare  il giusto spazio ai pensieri. 
Durante i live, invece, mi capita spesso di  dissociarmi da ciò che mi succede attorno e, paradossalmente, questa distanza  non crea una barriera, ma un ponte. 

Guardando al progetto nel suo insieme, cosa rappresenta oggi per te fare musica e cosa senti di riuscire a raccontare meglio attraverso le tue canzoni?
Oggi, per me, fare musica è un modo per sentirmi parte di qualcosa di unico, in cui posso riconoscermi al cento per cento. È un’esigenza piacevole, che  parte sempre da qualcosa di astratto e confuso e che poi, piano piano, diventa fisico e vivo. 
Le canzoni sono il formato che riesco a maneggiare meglio. Mi piace dire cose  che probabilmente non direi mai in un contesto quotidiano.

All’interno dell’ep c’è un passaggio o una frase che senti particolarmente tua e che riassume bene il progetto?
Per riassumere il progetto direi “A ddhu mare te porta” che è il titolo  dell’Ep ed è una frase che per me contiene bene l’idea del ritorno e  della distanza. 

Se guardi avanti, con chi ti piacerebbe condividere una collaborazione nel tuo percorso futuro?
La collaborazione dei sogni non la dirò per scaramanzia. In generale, però, mi piace collaborare con artisti con cui sento una chimica  musicale che va oltre il semplice gusto o le influenze condivise, e non  è una cosa che mi capita così spesso. Quando succede, è qualcosa  che riconosco subito.
Allo stesso tempo ci sono diversi artisti della scena italiana che stimo e seguo  con interesse, come Inude, Faccianuvola, Lauryyn, Sara Gioielli, Altea, Okgiorgio, Lamante, per citarne alcuni. 

In questo momento, verso quali direzioni senti che si sta muovendo la tua musica dopo questo progetto?
Sono ancora in una fase di scoperta. Continuo a scrivere senza pensarci  troppo, cercando di seguire un flusso spontaneo. Per ora non sento il bisogno  di definire una direzione precisa, mi interessa più capire cosa succederà strada  facendo. 

Per conludere, c’è una domanda che non ti è mai stata fatta e a cui ti piacerebbe rispondere?
Non amo particolarmente le domande, ma negli altri artisti mi incuriosisce sempre molto conoscere il processo creativo. Nel mio caso, direi che mi piace scrivere da sola o, al massimo, con un’altra  persona nella stanza. Lo faccio in situazioni in cui non sono mai  davvero comoda o con tutti gli strumenti a disposizione. Questa condizione mi costringe a trovare il senso della canzone con  pochissimi elementi e a capire subito se il brano regge davvero. Se mi  comunica già in quella forma essenziale, allora sento che ha una  direzione e vale la pena portarlo avanti.

Profilo Spotify dell’artista.

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